Il sepolcro non è vuoto

 

Cari Amici,

Chi mi conosce tra voi ormai da qualche anno, chi abbia accidentalmente letto i miei libri, dovrebbe ormai conoscermi come un teorico del sepolcro vuoto, ed aspettarsi in questo periodo dell’anno, una ramanzina sull’esperienza del sepolcro come un vuoto da colmare. (Chiunque non sappia di cosa parli cerchi un qualche mio sermone pasquale degli ultimi anni e capirà). Purtroppo però anche i ministri più pigri dell’universo tra cui vinco periodicamente premi e menzioni, ogni tanto hanno qualche pensiero nuovo che ne disturba il sonno, e gli eventi dell’ultimo periodo, che ripresentano dopo 70 anni un’umanità sull’orlo della bestialità, vittima di odio, disinteresse, pressapochismo e ignoranza, invitano a cercare una spiegazione più complessa di quella che veda presenza o assenza di qualcosa. E’ quindi tempo di provare a proporre una interpretazione più complessa.

(I)

Il sepolcro è certamente un’assenza, di persone, di prospettive e di soluzioni facili. Il Maestro non c’è più, non può più dirci direttamente cosa pensare, dire o fare. Dobbiamo camminare da soli, e chi meglio di me può sapere quanto possa essere difficile e incerto… Una cosa però, nella prospettiva cristiana media, non è chiara: questa frattura col Maestro alla fine del percorso di formazione, è prevista in ogni Tradizione che si rispetti e che non sia vittima di deliri narcisistici e monopolizzanti del Maestro di turno. Un discepolo, qualunque discepolo, arriva al punto di dover dimostrare di essere pronto. Certo nella prospettiva cristiana media, questo evento assume toni cruenti e metafisici, anche per via delle false speranze, politiche e nazionalistiche che hanno circondato buona parte del ministero pubblico di Gesù, e che avrebbero potuto essere un facile paravento, e in parte lo è stato, dietro cui i seguaci più tiepidi del Maestro, avrebbero potuto, e di fatto poterono nascondersi per non pensare, per non mettersi in gioco. Non solo dunque il Maestro non c’era più, ma i Romani erano ancora lì e il Regno di Israele restava una piccola provincia marginale nello scacchiere politico del tempo, senza che alcun evento clamoroso avesse cambiato il corso della storia. Quindi la prima grande esperienza dei discepoli accorsi al sepolcro è la necessità di riempire quel vuoto, di rispondervi, di reagirvi, riempiendo quel vuoto con i valori maturati sino a quel punto che sono la carità e la solidarietà verso il prossimo uniti alla volontà di instaurare un Regno di pace e giustizia sulla terra che permetta a tali esperienze di crescere ed affermarci

(II)

E per far questo, cosa su cui abbiamo già riflettuto gli anni scorsi, l’uomo deve guardarsi dentro, deve guardare e riconoscere le caratteristiche della propria indole della propria anima, e imparare, e trovare la forza di coltivare questi talenti e orientarli verso il bene. Spesso dunque ho pensato che le pareti del sepolcro fossero un grande specchio, attraverso cui il discepolo possa guardarsi dentro e fare i conti con ciò che di più profondo veda dentro di sé.

 

(III)

Quest’anno aggiungiamo che, tra le cose che vede, dentro il sepolcro e dentro di sé, c’è una parte scura, profonda e ineliminabile, con cui fare i conti senza la minima possibilità di ignorarla. Il sepolcro non è vuoto, porta al suo interno i segni della tortura e della violenza bruta dell’uomo contro l’uomo, del fratello contro il fratello e questa profonda barbarie richiede al discepolo che prenda una posizione. Vi può essere d’istinto la voglia di fuggire ora nelle comode pastoie del dogma, che minimizzando il dramma accaduto, racconta di una rivincita metafisica tutta da dimostrare; o nel menefreghismo, di chiunque dica “io non c’ero”, io non c’entro, e intanto permetta e giustifichi simili atti, o l’egoismo di chi dica “è capitato a lui e non a me” “se l’è cercata, ha tirato troppo la corda” e si ritiri nella propria isola rassicurante, fidando in un qualche vantaggio contingente… Oppure il coraggio di chi voglia riconoscere che non esista un discorso semplice tra buoni e cattivi, tra chiari e scuri, ma esista una volontà di voler riconoscere ed affrontare lo scuro dentro ognuno di noi e nella società, e che questa esperienza non sia affatto semplice, logica, lineare conseguente, ma molto più spesso assurda e paradossale. E per metterla in atto ci voglia coraggio e abnegazione, una volontà di perdersi per poi ritrovarsi. Come UU non ci nascondiamo dietro un dito e non neghiamo la difficoltà, ma crediamo che comunque impegnarsi per promuovere un regno di pace e di giustizia sia l’unica scelta possibile, quella che possa permettere all’uomo di dirsi Figlio di Dio e la cui maturazione giustifichi per intero l’esperienza terrena.

 

(IV)

Chiudo con una indicazione socioantropologica, che avremo modo di approfondire insieme: per quanto possibile questa scelta per il Regno è ardua e dolorosa, e, se lasciato a se stesso, con un sepolcro davvero vuoto, è molto probabile che l’uomo rinunci e si perda. Il dogma, tra i suoi mille demeriti, un merito lo aveva, quello di inquadrare queste zone scure e questa difficoltà in una luce metafisica che, per quanto, o forse proprio perché intrisa di oppio, aiutava, spronava l’uomo ad essere coraggioso, a tirar fuori la parte migliore di sé. Il razionalismo (mi ci metto dentro io per primo) il nihilismo, il criticismo e l’ateismo imperante, nell’additare giustamente il non senso logico del dogma e la marxiana puzza di oppio imperante che lo costituisce, rischiano di sottrarre all’uomo uno delle poche vie che aveva per uscire dal sepolcro pieno di buoni propositi, senza dare per converso soluzioni alternative. Siamo tutti bravi nella pars destruens, lo siamo meno, molto meno, nella pars construens. Oggi che viviamo una crisi dell’oppio dogmatico cui abbiamo giustamente e meritoriamente contribuito, assistiamo al risvegliarsi di una bestia scura fatta di paura, dolore ed odio, che dobbiamo essere bravi a combattere noi per primi e ad insegnare a combattere senza il doping del dogma, e dobbiamo farlo in fretta se non vogliamo che nefaste eco di esperienze passate tornino in tutta la loro drammaticità.

 

E allora facciamolo quest’uomo, capace di affrontare la propria ombra senza far finta che non ci sia, e di vincerla giorno dopo giorno.

Nasè Adam

 

Amen

Rob

 

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