La caccia

Cari fratelli,

molti anni fa, ai tempi del seminario, un uomo che reputavo molto saggio mi disse una frase che, per molti versi, continuo a ritenere piuttosto intelligente: “nella vita è come andare a caccia. Puoi decidere di cacciare conigli e sarai sicuro di tornare a casa con il carniere pieno anche dopo un paio d’ore, oppure puoi decidere di cacciare cervi e allora può accadere che, dopo giorni interi di appostamenti , non ne incontri uno solo e torni a casa a mani vuote. Ma quanta soddisfazione in più avrai nel catturare un cervo rispetto ad un semplice coniglio?”.

Al di là dell’immagine venatoria della metafora, che probabilmente offenderà molti animalisti e che sinceramente neppure io apprezzo molto, suppongo che il significato espresso contenga molti elementi di verità sia in relazione a quanto la possibilità di fallimento in qualsiasi impresa della vita sia sempre relativo agli obiettivi che ci si pone, sia riguardo alla soddisfazione di porsi traguardi elevati e non banali anche a rischio di non raggiungerli.

Per certi versi, in alcuni periodi della mia vita ho ritenuto che questa metafora avesse senso anche in campo spirituale. Mi è capitato spesso di pensare che, in fin dei conti, seguire pedissequamente dettami comportamentali eterostabiliti , conformarsi a immagini del Divino eterocostruite e piegarsi, per quanto faticosamente, a regole morali eteroimposte, non fosse, di per sé, sbagliato ma fosse un po’ come cacciare conigli: probabile possibilità di ottenere risultati almeno accettabili anche solo limitandosi ad una passiva accettazione, territorio di ricerca ben delimitato e segnalato, aiuto costante da parte di tutta una serie di “battitori” rappresentati da istituzioni forti o, quantomeno, dal pieno consenso sociale. Insomma, in definitiva, un po’ come dire “caccia in una riserva”. Al contrario, una ricerca libera da vincoli, totalmente personale, basata sui dettami della propria coscienza, sulla continua volontà di chiedersi il senso ultimo delle cose, di inseguire un volto della Trascendenza che risuonasse completamente nel nostro animo fino a farsi essenza della nostra vita, che esplorasse qualsiasi territorio indipendentemente da quanto poco battuto e selvaggio potesse essere …. ecco, questo doveva essere la vera caccia al cervo in campo spirituale: un’attesa paziente con lunghi periodi di silenzio e solitudine senza traccia dell’obiettivo, un cammino faticoso in quella intricata jungla rappresentata dai meandri della nostra coscienza ma, alla fine, forse il premio dell’abbraccio di un Trascendente che non sarebbe stato immagine d’immagine, letto di Procuste a cui adattarsi volente o nolente ma che sarebbe stato contatto reale, diretto, con l’Assoluto e comprensione della volontà globale che governa l’esistente.

Bene, lasciate che vi dica che no, non è così: questa metafora, per quanto allettante, per quanto potenzialmente inorgogliente per uno U*U, non ha davvero praticamente nessun senso in campo spirituale al di là della sua capacità seduttiva.

Perché?

Per almeno due ordini di ragioni (e molti di più, di cui per mancanza di tempo evito di far menzione, se ne potrebbero toccare).

In primo luogo, banalmente, perché, in campo spirituale, non abbiamo la minima idea della differenza tra un coniglio e un cervo. Proviamo a rifletterci un istante: quale è il nostro obiettivo nel nostro percorso di ricerca metafisica? Probabilmente la maggior parte di noi risponderebbe: “comprendere il senso della vita così come pianificato da una Entità Trascendente!”. Ottimo! Ma c’è un problemino: come possiamo comprendere la volontà di una Entità che ci trascende completamente? Come possiamo capire quale senso ha voluto attribuire al nostro percorso una istanza di cui ignoriamo completamente le fattezze, il pensiero, gli obiettivi e, addirittura, persino più radicalmente, la stessa condizione primaria di esistenza?

Ma, mi si potrebbe ribattere, esiste la rivelazione divina, il piegarsi del Creatore verso la Creatura in una comunicazione che è avvenuta tramite Profeti, Saggi, Guru o, nelle visioni più estreme, tramite l’incarnazione del Verbo in un singolo essere umano e che ci ha fornito le linee guida del nostro percorso indicandoci obiettivi piuttosto concreti.

Sinceramente, nonostante abbia, come credo tutti, le mie opinioni in materia, non ho nessuna intenzione di esprimere qui quella che, in ogni caso, sarebbe comunque un’ottica personale. Mi limiterò, dunque, a solo un paio di considerazioni che posso ritenere piuttosto oggettive.

In primo luogo, esiste, filologicamente parlando, un problema delle fonti: qualsiasi testo possiamo recepire come sacro strumento della rivelazione è, in ogni caso, comprovatamente, un testo manipolato nel corso della storia, un susseguirsi di interpolazioni e manipolazioni stratificate nei secoli. E non importa se parliamo della Torah, variamente costruita da un mescolamento di fonti differenti al punto da risultare piena di contraddizioni anche solo linguistiche, dei Vangeli di cui stiamo ancora cercando d’ipotizzare una fonte comune e il cui testo è così pieno di interpolazioni da dar luogo a miriadi di varianti, del Corano, che, in fin dei conti, per quanto testualmente congelato, è una reinterpretazione dei testi precedenti o, per quanto in ambiti differenti, dei Rig Veda di cui esistono persino canoni diversi regionali e di quel canone buddista che dipende dalla scuole di riferimento: in ogni caso i testi di qualunque presunta rivelazione non sono che manipolazione di manipolazioni.

Ma, anche ammesso che così non fosse … tra le tante rivelazioni quale è quella giusta, quella vera? Una sola? Ma come determinarla? Più di una o magari tutte nonostante la loro contraddittorietà? Magari sì, magari tutte nei loro elementi comuni …. ma come spiegare i loro punti di discrepanza se non ammettendo che, in fondo, qualunque rivelazione non è che filtraggio culturale e psicologico umano di un sentire vago, in realtà presente in tutti gli esseri umani e particolarmente in alcuni capaci di focalizzare la loro attenzione su tale sentire ma umanamente impossibilitati ad esprimerlo prescindendo dal loro background esistenziale.

E, dunque, quando le cose stessero così, non dovremmo ritenere che tutti quegli elementi socio-culturali altro non fossero che il transeunte di Parkeriana memoria rispetto ad un permanente che è puro sentire potenzialmente comune a tutta l’umanità ma la cui origine rimane, in ultima analisi, indeterminata?

E, dunque, se di vago sentire ammantato da sovrastrutture temporalizzate e localizzate dobbiamo parlare, allora qualunque di queste scorie di umanizzazione di istanze in sé imperscrutabili e indeterminabili risulta, quantomeno dal punto di vista teologico (sebbene, ma è parere soggettivo, forse non dal punto di vista logico), paritetica.

Cosa significa ciò? Significa, in soldoni, che nulla cambia se affermo che Dio è uno, che Dio è trino, che Dio è una nuvola, che Dio è una montagna, un tuono o il sole, che Dio siamo noi tutti che formiamo l’Anima Mundi, che Dio ci svolazza vicino tramite l’angioletto custode e se ne fotte bellamente delle sue creature, che Dio era un rabbino con i capelli lunghi, un principe indiano o un punto infinitamente grande che ci racchiude: in ogni caso tutte queste altro non sono che categorie umane transeunti atte solo ad esprimere rozzamente una visione umanizzata dell’insorgenza di un fenomeno non categorizzabile, sempre ammesso che tale fenomeno non sia solo una induzione mentale, un feticcio autocostruito nella nostra ricerca di senso. Significa che ogni tentativo di categorizzazione teologica, di tassonomizzazione e, in ultima analisi, persino di sistematizzazione e discussione di istanze variabili, fondamentalmente fantasmatiche nei loro assunti germinali, non è che goffo tentativo di imbrigliare in termini sempre personalmente e solo in seconda battuta collettivamente umani una insorgenza sacrale, una esperienza che è, in ogni caso, sempre “altro da noi” e strutturalmente indefinibile, di appiccicare etichette fittizie a questo o quel “sistema di caccia” che è solo proiezione interiore, castello di carte che poggia sul vuoto di una alterità assoluta, di una distanza ineliminabile.

Ma, se l’obiettivo della nostra “caccia” resta radicalmente sconosciuto e inconoscibile, la domanda che immediatamente deriva dall’assunto riguarda il senso stesso della caccia o, fuori dalla metafora, il senso stesso dell’attività religiosa.

Ed è a questo punto che arriviamo al secondo motivo che rende inefficace qualunque parallelo tra diverse forme di caccia e diverse forme di ricerca spirituale. Il fatto è che le due attività differiscono essenzialmente per i loro diversi obiettivi: mentre nella nostra caccia (e in tutto ciò che, metaforicamente, viene da essa rappresentato) l’intero processo è orientato all’obiettivo, alla conquista della preda, del risultato sperato, nell’atto di ricerca spirituale tutto s’incardina sul processo stesso che è mezzo e fine a sé medesimo.

In altre parole, nel momento stesso in cui ci troviamo per natura costretti a negare la possibilità di stabilire un obiettivo, una meta finale del nostro percorso nel quadro della assoluta impossibilità di “rapportarci con” e “indirizzarci verso” una Trascendenza così totalmente “altra da noi” da essere imperscrutabile in termini di volontà ed essenza, allora ciò che assume senso nel non appiattirsi sul più nudo ed estremo piano materiale è l’atto stesso della ricerca, della elaborazione spirituale che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort e ci sfida a tentare di individuare quel “confuso sentire” di cui parlavamo in precedenza come dell’unico elemento “permanente”, dell’unica molla che ci guida verso un “ulteriore”.

Per tornare alla nostra immagine di partenza, sarebbe un po’ come se decidessimo di andare a caccia in una foresta in cui non sappiamo che preda ci possa essere (ammesso e non concesso che ve ne sia una) ma sappiamo che, qualunque cosa essa sia, è talmente ben nascosta che non la troveremo mai e, se anche, ipoteticamente, potessimo trovarla, non la riconosceremmo. Ha senso farlo?

Sì, fratelli, io credo che abbia pienamente senso. Ha senso perché in questo processo di ricerca impareremo a confrontarci con la foresta stessa, impareremo, come di ha insegnato Thoreau, ad ascoltarla affinando i nostri sensi, impareremo a conoscerla e, così facendo, a conoscere noi stessi, le nostre potenzialità, la nostra essenza più profonda, impareremo a sentirci uno con essa, parte di quel grande legame cosmico naturale che ci unisce all’esistente tutto, impareremo ad amare ogni singola foglia, ogni singolo sussurro, ogni singolo alito di vento. Ed è solo questo, secondo me, il senso possibile di una spiritualità: cogliere, pur senza la possibilità di afferrarlo, il permanente evanescente, forse appena percepibile, che alberga nelle nostre vite non solo intese come vite singolari ma come insieme di tutte le vite, sentirci, in questo processo di costante attenzione, uniti tutti insieme in quell’anima mundi divina che contribuiamo a formare e comportarci conseguentemente, protenderci verso l’Oltre il cui orizzonte è l’altro, è l’insieme del Tutto di cui ogni esistenza è componente essenziale e imprescindibile.

Così, fratelli, non esiste coniglio o cervo, non esiste, se non come pura apparenza, dibattito sull’essere questo o quello, sull’essere unitariano o trinitario, cattolico, protestante, musulmano, ebreo o buddista, un po’ più unitariano o un po’ più universalista o un po’ più cristiano unitariano inglese o ungherese o un po’ più U*U americano!

Esiste un processo infinito di ricerca che da personale si fa comunitario e si allarga sempre di più fino a farci sentire, nell’attenzione a cogliere un sussurro di trascendenza in ogni istanza della vita, uno nel tutto. Esiste un processo infinito di ricerca in cui, forse un po’ paradossalmente, il soggetto che ricerca conta più dell’oggetto della ricerca stessa. Esiste un processo di ricerca il cui scopo non potrà mai essere dire: “io ho trovato la verità di Dio” ma potrà essere affermare costantemente: “io sono un uomo, io sono una parte di Dio!”

Adonai echad,

Amen

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