LA STRANA FORMA DELLE VERITA’ DELLO SPIRITO

Sorelle e fratelli carissimi,

due citazioni mi sono balzate agli occhi in questi ultimi giorni. La prima è di Ferenc David, ci cui proprio in questi giorni festeggiamo il memoriale: “Non c’è più grande insensatezza ed assurdità che forzare la coscienza e lo spirito con poteri esterni, quando solo il Creatore ha autorità su di essi”. L’altra, invece, è di Rumi: “La ferità è il luogo in cui la luce entra in te”. Insomma, citazioni da due importanti riferimenti per la nostra congregazione, su due temi piuttosto diversi, da un lato l’indipendenza della coscienza, dall’altro la sofferenza come doloroso momento di crescita. Ma non è di questi due temi in sé che vorrei parlarvi. Perché a volte il flusso di coscienza dei nostri pensieri ci fa degli scherzi ed in questo caso ha voluto disturbarmi con l’inciampo di un dubbio: e se queste due belle proposizioni di due saggi maestri del passato fossero sbagliate? (In realtà il mio flusso di coscienza era stato molto meno educato nel pormi questo quesito, ricorrendo ad una citazione del sanguigno Rino Gattuso, che qui non ripeterò). Perché, dai, dalle nostre ferite interiori non entra spesso la luce, ma anzi ben più di frequente il buio dell’astio e del rancore. Le sofferenze spesso minano la stima che nutriamo verso noi stessi e la fiducia che riponiamo negli altri e ci rendono gretti, chiusi ed intolleranti. Per non parlare dell’autonomia della coscienza! Quanto spesso abbiamo avuto l’impressione, ancor più negli ultimi anni, che la coscienza priva della guida della morale e della conoscenza, dell’educazione e della cultura, facesse delle pessime scelte, cedendo agli umori della pancia o lasciandosi irretire dalle illusioni? Di fronte a queste evidenze dovremmo concluderne che David e Rumi si sbagliavano entrambi e che due dei nostri più stimati riferimenti erano o degli illusi o dei millantatori.

E invece no! Quelle che essi pronunciano sono parole di profezia, non semplici descrizioni della realtà. Quelle che essi proclamano sono sì verità, ma verità dello Spirito. E una verità dello Spirito ha una forma ben diversa dalle verità della materia. Queste ultime attengono a ciò che accade, mentre le verità dello Spirito attengono a ciò che DEVE ACCADERE perché inscritto nel Senso Profondo di ogni cosa. Il sostrato fattuale delle verità dello Spirito è nella natura dell’Universo, da cui esse non ne derivano mere descrizioni, ma propositi che guidino l’animo umano. Esse non trovano il loro processo di validazione nelle conferme o nelle confutazioni degli accadimenti esteriori, ma piuttosto negli eventi intimi della coscienza. Di conseguenza ciò a cui esse guardano non è l’essere umano per quello che è, ma per quello che non è ancora, ma che dentro sente di dover essere, in accordo alla sua più intima natura. Non si tratta, dunque, di verità auto-evidenti, ma che si svelano progressivamente attraverso le esperienze interiori.

Ecco che, dunque, sul piano fattuale esteriore possono convivere in contraddizione le verità di una sofferenza che ci introduce alla luce come di una sofferenza che ci precipita nel buio. Ma nella prospettiva dello Spirito, la sola verità è nella luce, perché è nella luce che lo Spirito ci chiama ad essere ed in essa ci fa rileggere e trovare un senso alle nostre esperienze, anche le più negative. Allo stesso modo sul piano degli eventi esteriori, la coscienza libera può tanto esaltare le capacità dell’individuo, quanto mostrarne l’ottusa dabbenaggine. Ma dalla prospettiva dello Spirito la coscienza è pienamente libera solo se si lascia illuminare dallo Spirito, dalla sua consapevolezza dei legami in cui siamo immersi o che siamo chiamati a costruire come dalla sua chiarezza sulle prospettive e le speranze dell’essere umano.

Rispetto a questo tipo bizzarro di verità, che si spinge oltre i fatti, ma che pur si radica nella concretezza delle esperienze e delle esigenze più profonde, noi siamo chiamati ad essere come il girasole, che si volge all’astro da cui riceve il nutrimento ed il nome. Dobbiamo volerci girare; dobbiamo volerci aprire ad esperienze che ci mettono in discussione; dobbiamo permettere alle nostre ferite di insegnarci i nostri errori, piuttosto che suturarle frettolosamente con le piastrine delle nostre scuse; dobbiamo permettere alla confusione della nostra ignoranza di insegnarci i nostri limiti e l’umiltà per superarli, piuttosto che gloriarci delle nostre granitiche convinzioni.

Finché resteremo girati dalla parte sbagliata, continueremo a pensare che le verità dello Spirito altro non sono che fantasie, buone giusto per qualche pastore UU della domenica. E così ci negheremo a noi stessi, a quello che non siamo ancora, ma che è anche quello che siamo davvero.

Nella Via verso l’Uno,

Alessandro

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