Lo U*Uismo ai tempi dei social

Cari fratelli,

da tempo siamo in molti a dirci a dir poco preoccupati della situazione sociale e politica che stiamo vivendo, una situazione in cui, come spesso abbiamo avuto modo di notare, tutto ciò che davamo come ormai acquisito in termini valoriali sembra ogni giorno di più franarci sotto i piedi.

Risulta, in una situazione simile, assolutamente inevitabile, forse soprattutto per ricercatori dello spirito come noi U*U, porci domande sulle cause che hanno provocato quello che, ai nostri occhi, non può essere considerato altro che un passo indietro dell’umanità verso posizioni che davamo per definitivamente superate.

Ebbene, devo dire che, alla ricerca di una spiegazione, di un perché tutto questo stesse accadendo, è stato per me notevolmente illuminante un servizio giornalistico che mi è capitato casualmente di vedere qualche tempo fa.

Credo che si trattasse di un servizio di “Report” ma non ne sono completamente certo perché mi capita raramente di avere il tempo per guardare la televisione e, come quasi sempre quando ciò accade, stavo facendo zapping dopo le 10 di sera, passando da un programma già cominciato all’altro, quando l’introduzione del presentatore ha catturato la mia attenzione promettendo di svelare i meccanismi perversi che si nascondono dietro i social e mi ha indotto a interrompere l’accanimento digitale sul telecomando che normalmente caratterizza la mia fruizione televisiva.

Cercherò di riassumere brevemente e per punti ciò che ho scoperto nella mezz’ora successiva per bocca dei numerosi ingegneri e informatici intervistati, tutti ex progettisti dei vari Facebook, Instagram, Google, etc.

A) Come ovvio per aziende che figurano ai primi posti nelle classifiche mondiali di redditività, tutti i social, al di là di leggende metropolitane e storie romantiche sui loro esordi in cantine e garage, sono aziende commerciali il cui scopo è, ovviamente, vendere il più possibile. Ma che cosa vendono? Quando non vendono, cosa, a quanto pare, non infrequente, illegalmente i profili dei loro utenti, vivono della vendita della nostra attenzione nei confronti di spazi pubblicitari, in questo agendo né più né meno come i vari giornali “freepress” che troviamo sparsi in giro per le nostre città o come le TV commerciali in circolazione da oltre quarant’anni. Fin qui, nulla di strano: l’idea di catturare l’attenzione per vendere è antica come il mondo ed è il principio su cui, nel bene e nel male, da sempre si basa la pubblicità.

B) Ma è a questo punto che scatta qualcosa di notevolmente inquietante. A detta di uno scarmigliato ex-sviluppatore di Facebook, oggi, da quanto riferito dal giornalista che lo intervistava, acclamato guru della contro-cultura, pochi sanno che Mark Zuckerberg ad Harvard studiava, persino più che informatica, psicologia. Ok: cosa c’è di inquietante in tutto questo? Di per sé nulla (e non mi addentrerò, per buona pace di alcuni nostri confratelli, su cosa penso esattamente di una scienza che permetta la manipolazione della mente …) se non che, sempre a dar retta al suddetto guru, il giovane genio della tastiera ha, da subito, deciso di applicare alcuni principi della nostra psiche alla sua creatura tecnologica. Nello specifico, esiste un sistema comportamentale, comprovato da numerosi esperimenti scientifici, chiamato “condizionamento operante” che accomuna tutti gli animali, noi compresi e che è stato studiato da tale Skinner (che, fortunatamente, non è lo stesso Skinner che ha scritto pagine sublimi di teologia U*U!). In sostanza, se metto un piccione o una scimmia in una gabbia e scopre che ogni volta che schiaccia un bottone rosso ottiene del cibo, questi schiaccerà il bottone con una certa frequenza ma se, invece, il cibo arriverà ogni 7 o 8 volte che schiaccia il bottone, con una cadenza apparentemente casuale, il bottone verrà schiacciato quasi ossessivamente, con una frequenza notevolmente più alta che nella situazione precedente. E dunque? E dunque, Zuckerberg ha deciso di applicare il “condizionamento operante” sugli utenti di Facebook, seguito a ruota da molti altri creatori di social. Fateci caso: quando scorriamo la nostra bacheca FB, in media troviamo un post che ci interessa o che cattura la nostra attenzione ogni 6, 7 o 8 post di cui non ce ne frega assolutamente niente ed è proprio questo meccanismo che, secondo un paio di professori universitari intervistati dei giornalisti che stavano realizzando il reportage, ci induce ad una “coazione a ripetere”, insomma ad una dipendenza da social, E, dal mio punto di vista, ciò che è più paradossale è che alle aziende dei social i dati per questo enorme esperimento di manipolazione sociale li forniamo noi, lasciandoci volentieri sottoporre ad una continua “profilazione”, magari dietro la promessa del magro guadagno di ricevere pubblicità più mirata sui nostri gusti.

C) Ma cosa c’entra tutto questo con la situazione socio-politica mondiale? C’entra e anche molto. Lasciamo da parte ogni altro effetto collaterale, dalla dipendenza che induce ragazzini di quindici anni ad una schiavitù da social che devono farsi curare in centri di “disintossicazione” al fatto che, comprovatamente e a causa della tipologia di pseudo-comunicazione dei social, la soglia di attenzione della generazione dei “millenials” si sta attestando, con i suoi 9 secondi massimo, ai livelli più bassi registrati nella storia (non è un caso se adesso, tra gli adolescenti, “Instagram”, che mostra solo foto, è preferito a Facebook che, a volte, richiede l’enorme sforzo di leggere persino una ventina di righe di testo), alla incapacità indotta di esprimere in una lingua scritta con un minimo di correttezza formale un giudizio critico che vada oltre il “mi piace” o “non mi piace”. Il vero elemento di problematicità va ricercato, ancora una volta, a livello di reazioni psico-emozionali. Perché, vedete, i nostri manipolatori del cervello hanno scoperto anche un altro simpatico meccanismo che ci contraddistingue: la nostra attenzione e il nostro interesse possono essere catturati sia dalla consonanza cognitiva che dalla dissonanza cognitiva ma la seconda ha una forza molto maggiore perché ci richiede un’attenzione più puntuale per tentare di eliminarla. In soldoni, veniamo indotti molto di più al nostro meccanismo di coazione a ripetere se il famoso “messaggio ogni tanto” che ci interessa non è consonante con le nostre opinioni ma completamente dissonante, completamente contrario. E allora? E allora, giusto per fare esempi grossolani, se siamo stati individuati come “comunisti”, ci spareranno in bacheca un bel “post” superfascista, sei siamo neri un post dell’Arian Nation, se siamo “gay” una simpatica sparata omofoba, etc. … E noi? E noi rispondiamo, con i nostri commenti, con i nostri pollicioni, con le nostre contro-sparate, con la nascita, addirittura, di incredibili e disgustosi gruppi sociali di “haters” specifici, con il trolling e chi più ne ha più ne metta … E, intanto, rimaniamo sul social e il social guadagna e guadagna sulle nostre reazioni vendendo i suoi spazi a prezzi direttamente proporzionali alla sua audience!

D) Dove ci porta tutto questo? Proviamo a tirare le somme: una coazione a ripetere indotta ci spinge a continuare a soffermarci su messaggi a cui siamo portati quasi automaticamente a rispondere polemicamente a causa della loro voluta provocatorietà nei confronti del nostro sistema valoriale. Come avvengono tale provocazione e tale risposta? Ovviamente, secondo lo stile proprio del mezzo: slogan gridati, affermazioni nette apparentemente apodittiche, spesso decontestualizzate e acritiche e, soprattutto, contrapposizione costante che da dialettica di trasforma in attacco personale deviando dalla necessità logica di attenersi al soggetto di discussione. Insomma, mutatis mutandis, il nocciolo della retorica populista, a cui ci abituiamo, ci assuefacciamo e che finiamo, volenti o nolenti, per assumere e per riconoscere come “normale”, con tutte le conseguenze che ciascuno di noi può facilmente trarre.

Fino a qui una analisi che risulta più sociologica che legata ad ambiti spirituali. Ma la domanda che mi pongo è se e in che maniera tutto questo abbia effetto a livello del nostro modo di vivere la fede.

E, sinceramente, la mia risposta alla prima domanda è sicuramente sì, questo clima di pensiero, al quale, fatto salvo un volontario eremitismo settario, sociale prima ancora che culturale, non possiamo sottrarci (pensiamo solo all’utilità dei social per la diffusione quantomeno della “notizia” della nostra esistenza!) credo stia influenzando profondamente la natura stessa della definizione di “Unitarianesimo Universalista”. Lo U*Uismo, per come la vedo io, ha tre grandi caratteristiche di fondo, il cui insieme rende la nostra spiritualità peculiare: una fede nella coniugazione tra spiritualità trascendente e dignità antropocentrica, una profonda ottica liberale sugli aspetti religiosi e una propensione storica e fondamentale alla lotta sociale e all’impegno singolare in ambito di affermazione dei principi etico-morali. Ebbene, nella temperie culturale che stiamo vivendo, questi tre ambiti, in altre situazioni perfettamente e ottimamente compatibili, sembrano scivolare verso una apparente contraddittorietà: laddove la lotta sociale risulta impossibilitata ad esistere nello scontrarsi con un sistema che la rende inane e inudibile a meno di non assumere gli stessi toni urlati e contrappositivi della parte avversa, assoggettandovisi, appare di tutta evidenza il suo entrare in distonia con il liberalismo spirituale e, in ultima analisi, con quella base di antropocentrismo spirituale che dovrebbe risultare il suo primario elemento costitutivo.

E dunque? E, dunque, fratelli, è il senso stesso dello U*Uismo nella forma che conosciamo a entrare in crisi: se l’Unitarianesimo Universalista non può più coniugare la “quest” personale alla mobilitazione per l’affermazione dei principi, il Parker della ricerca teologica al Channing di “Slavery” o, in ambiti più antichi e diversi, il sottile ragionamento teologico di Paruta e la veemenza disputativa di David, allora deve, gioco-forza, mutare.

O, almeno, così deve apparentemente accadere … Sì, apparentemente, perché un cambiamento strategico di forma espressiva non significa forzatamente un cambiamento radicale di sostanza, tanto più se tale cambiamento formale significa appoggiarsi più su una colonna portante della nostra fede rispetto ad un’altra.

Concretamente, che cosa sto cercando di dire? Sto cercando di dire che la ricerca di senso spirituale che ci connota da sempre ci ha convinto che la cosiddetta “rivelazione” sia personale, culturalmente codificata e dipendente da ottiche singolari, che la costruzione del cosiddetto “Regno” passi non solo per il disinteresse sul fatto, ad esempio, che mia madre preghi la Madonna o che la donna che amo abbia lunghi colloqui con il suo rabbino ma che, addirittura, veda tutte queste manifestazioni con estremo favore, come vie diverse da quelle adatte per me ma pur sempre più che lecite di cammino verso il Grande Mistero. Fino a qui, credo che tutti concordiamo ma mi sembra di poter dire che, allo stato attuale ci venga chiesto un passo ulteriore che è quello della non contrapposizione diretta nei confronti di una alterità più profonda. So che chiedo qualcosa di difficile, a volte quasi impossibile, ma vivere la nostra fede unendo l’ottica spirituale a quella sociale credo che, oggi, significhi non solo evitare ogni attacco, ovviamente se urlato e postato e anche persino indiretto, verso chi si pone su posizioni per noi spesso inconcepibili e radicalmente sbagliate, ma addirittura cercare i punti di unione nella differenza anche nei confronti di chi si ostina a picconare ogni ponte che cerchiamo di costruire per sostituirlo con muri. E, qualora questo sia, come spesso accade, impossibile a causa della “gommosità” o del “fanatismo” di chi ci troviamo di fronte, mi pare una soluzione eticamente più praticabile quella di “scuotere la polvere dai nostri piedi” e concentrarci sulla ricerca individuale e comunitaria, non curandoci di voci che, per quanto ci disgustino, finiremmo per assecondare giocando con esse il gioco di “chi urla più forte”.

E … no, non è una resa incondizionata fratelli, ma, piuttosto, una resistenza passiva, una resilienza che si fa strumento essa stessa di lotta nel momento in cui significa prenderci cura del nostro prossimo “più prossimo, noi stessi, per rendere ciascuno di noi una strumento vivente di una lotta che prima che essere contro la follia para-ideologica imperante deve essere contro il sistema di pensiero e di comunicazione e, in fin dei conti, lo stile di vita che si fa “politico” che di tale follia è causa efficiente.

Solo così, ne sono convinto, Parker e Channing ricominceranno a passarsi idealmente e continuamente il testimone e lo U*Uismo continuerà ad aver senso di esistere come strumento liberale di ricerca, sì, ma anche di lotta etico-morale.

Adonai echad,

Amen

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