La volontà di Dio, la volontà dell’uomo

Cari fratelli,

durante il mio ultimo sermone vi avevo promesso di parlarvi delle ragioni per le quali l’ipotesi teologica di una creazione in divenire mi pare essere quella che, meglio di ogni altra, sottolinei la dignità dell’uomo e le potenzialità di libero arbitrio che di tale dignità sono elemento costitutivo.

Se ricordate, dicevo, in quell’occasione, che se la creazione non fosse in divenire ma esistesse come elemento dato una volta per tutte, finito e concluso nella sua evoluzione, allora il nostro spazio di manovra sarebbe risultato minimo se non nullo: considerando, come fanno molte delle Denominazioni e delle correnti delle maggiori religioni monoteiste (certamente quelle dei Popoli del Libro), l’idea di una Divinità onnipotente che crea l’esistente secondo una progettualità specifica e conclusa, dovremmo ritenere che tale creazione debba presupporre sia un adeguamento totale del reale a tale progettualità nel momento in cui promana da una volontà invincibile, sia che tale reale sia globalmente e, soprattutto, interamente positivo, a meno che non vogliamo (cosa, per altro, anche lecita) mettere in dubbio che l’Entità creatrice sia caratterizzata o da onnipotenza o da infinito amore. Dovremmo, infatti, pensare che la creazione non sia:

a) un atto volontario ma, piuttosto un atto accidentale o necessario, facendo così decadere l’ipotesi di onnipotenza divina nel momento in cui l’onnipotenza implica un controllo pieno, totale e assoluto almeno sui propri atti e in cui la medesima onnipotenza si definisce nell’annullamento dello stato di necessità;

oppure

b) un atto d’amore, ma, piuttosto, una specie di gioco di una Divinità annoiata che ci usa come pedine degli scacchi in una enorme, infinita scacchiera in cui noi rappresentiamo il bianco contro un nero che ci si contrappone. Ciò che cadrebbe, in questo caso, è ogni concetto relativo all’amore divino, quantomeno perché anche il “nero” altro non sarebbe, tenendo conto dell’origine unica del tutto, che un emanazione della Trascendenza e appare di tutta evidenza come dall’amore infinito non possa derivare un vuoto d’amore infinito, per altro in uno scenario che, ipotizzando come “ombra della Luce”, cioè traccia del Divino ciò che Santi e Profeti hanno espresso nella loro traduzione parziale della rivelazione, andrebbe a delineare una Divinità mentitrice nel momento in cui la “regola aurea”, cioè la regola dell’amore orizzontale come riflesso dell’amore verticale, risulta centrale proprio in tutti i testi sacri.

Se, d’altra parte, ammettiamo tale progettualità positiva e omninglobante in un quadro già delineato ab initio, non possiamo che risultare come trenini su un binario precostituito, con un percorso segnato e nessuna possibilità, considerato sempre il concetto di onnipotenza, di deragliare: esiste un piano, esiste un obiettivo, esistono degli attanti e tutto è monodirezionato.

Ma qui sorge, al di là della povertà della figura umana in un quadro di questo genere, un problemino, anzi due …

In primo luogo, ovviamente, questo meccanismo perfetto si scontra contro la prova di realtà in cui la presenza del male, del deragliamento, del dolore è un dato effettuale. Soprattutto, però, ancora una volta, l’esistenza di tale “male”, qualora facente parte del piano concluso, della creazione perfettamente programmata e finita, implica la creazione di attanti malefici da parte del Bene assoluto, cosa totalmente impossibile secondo logica. Insomma, se il piano fosse concluso, se la creazione non fosse in fieri, dovremmo ritenere che il Santo dei Santi, l’Inviolato Misericordioso o, comunque, una Entità o Forza d’Amore sia colui che ha pianificato e attuato i peggiori crimini dell’umanità, che ha voluto, tanto per dirne una, la Shoà o che ha scientemente creato chi stupra e uccide bambini … E, francamente, ammessa una tale possibilità mi pare evidente che tutto cadrebbe e che, in parole povere, il fatto di essere qui stasera ci renderebbe persino complici del più ripugnante criminale che possiamo immaginare.

E dunque? E dunque, la tanto conclamata “creazione” non mi sembra possa essere considerata un atto finito ma, al massimo, il “la” dato da una Entità trascendente che ci ha lasciati totalmente liberi dal suo volere nella interazione con Lui, nella co-creazione in fieri del reale attraverso un dialogo continuo, interiore, che possiamo decidere di intraprendere (esattamente come possiamo decidere di non intraprendere) al fine di disegnare congiuntamente una realtà di cui un partecipante al dialogo, il Divino, ci suggerisce costantemente il direzionamento d’amore, senza che noi siamo necessariamente obbligati a indirizzarci verso quella direzione.

Credo che valga la pena, però, soffermarci su un paio di specificazioni.

In primo luogo, l’esistenza della possibilità (che, secondo il mio modo di vedere, è la massima espressione d’amore del Divino infinito verso la sua creatura umana finita) di non uniformarci a direzionarci verso l’orizzonte suggerito non significa corollariamente, come nell’ottica luterana o calvinista, che l’uomo sia naturalmente depravato. L’uomo è, semplicemente, libero e la libertà di scelta implica sempre la possibilità dell’errore, la pigrizia della via più breve, la chiusura dell’interesse privato prevalente. Perché? Perché la ricerca dell’uomo è la ricerca della felicità e, visto che non nasciamo con una mappa dettagliata pre-disegnata di dove trovare quella felicità ma solo con una voce interiore che possiamo o meno considerare divina e decidere di ascoltare, facilmente la cerchiamo in situazioni, atteggiamenti e forme che possono risultare le più sbagliate.

In secondo luogo, questa libertà, che abbiamo definito libero arbitrio, è una libertà spirituale e non necessariamente essa si esplica in una libertà pratica e fattuale. Ovviamente siamo, praticamente, incatenati da decine di variabili, da quelle genetiche a quelle materiali, ambientali, sociali, economiche, etc. Diverso è nascere sani, belli, ricchi e potenti ai Parioli e nascere malaticci, brutti, sporchi, poveri ed emarginati in un campo rom vicino allo Zen di Palermo, con tutte le differenti gradazioni che possono starci nel mezzo. Ed è chiaro che tutte queste variabili sono influenze che possono (e sottolineo “possono”) influenzare il nostro comportamento, le nostre attitudini, il nostro modo di essere, i nostri orizzonti. Ma è altrettanto vero che, in quanto esseri umani, almeno potenzialmente, tutti abbiamo una presenza divina dentro di noi (e, se non vogliamo chiamarla divina, possiamo definirla anche coscienza umana) che ci indica “naturalmente” se non la via preferenziale, quali siano i precorsi che dovremmo evitare. Sempre, comunque, a meno di ammettere che ogni azione sia comunque giustificabile a causa di variabili esterne, possiamo decidere se ascoltare quella voce interiore o meno ed in questo sta quel potenziale libero arbitrio che ci permette, altrettanto potenzialmente, di agire volontariamente come co-creatori o meno.

Ma, vedete, l’idea di co-creazione continua permette qualche riflessione ulteriore, in particolare legata ad un’altra comune specificazione del Trascendente comune a molte religioni: quella dell’onniscenza.

Scusate se vi faccio partecipi di una mia personale ossessione, a cui ho già accennato in altri contesti e che credo molto legata ai concetti di cui stiamo parlando. Tale ossessione può essere facilmente definita con una domanda: ci hanno ammorbato da sempre con l’idea del senso della vita come “prova” della nostra moralità o … obbedienza … rispondenza … fedeltà, chiamatela come vi pare, al Divino ma un Dio onnisciente, in quanto tale, dovrebbe sapere già l’esito di tale prova che, normalmente, implica la sua buona dose di avversità, dolori, fatiche, pene e quant’altro (oltre, naturalmente, che di gioie, ben inteso!), giusto? E non stiamo parlando solo di cose che ci meritiamo, ma, molto più banalmente, di cose che accadono, in alcuni casi persino “per natura”, perché devono accadere … Allora questo nostro Dio d’amore è un sadico o semplicemente è come un bambino che si diverte a mettere bastoncini e sassetti lungo il percorso delle formichine che portano cibo al formicaio? Sinceramente, ancora una volta, l’essere qui a pregare una Divinità che fosse di questo stampo mi mette i brividi …

Ebbene, io credo che solo l’idea di una co-creazione che nasca dal dialogo continuo tra Divino e umano ci possa salvare da questa empasse.

Io non sono uno scienziato e, per quanto abbia sentito che il tempo è la quarta dimensione e sia stato teorizzato che esista un asse temporale passato – futuro indipendente dalla nostra visione (francamente non ci ho capito molto …), quello che vivo come mia esperienza umana è che il futuro non esiste! Non nel senso che non abbiamo un futuro ma nel senso che empiricamente ancora non c’è, che viene costruito dalle nostre azioni e interazioni, assommate ad una notevole dose di imprevisti (a volte assolutamente imprevedibili).

Al massimo possiamo pensare di poter immaginare logicamente e razionalmente quello che le condizioni attuali possono suggerire riguardo a quanto avverrà ma non credo che nessuno che sia sano di mente possa affermare di sapere con certezza quello che accadrà domani, tra un anno o tra dieci anni, quantomeno perché non esiste ancora.

Se dovessi basarmi sulla mia esperienza di vita direi che anche azzardare previsioni su sé stessi per un arco temporale limitato significa immancabilmente sbagliare ma … stiamo parlando di uno che, tra miliardi di esseri finiti, probabilmente ha una capacità previsionale particolarmente bassa e, indubbiamente, un Essere infinito o, quantomeno, a noi infinitamente superiore, avrà tali capacità previsionali indubbiamente molto più perfezionate (diciamo pure perfette). Resta il fatto che:

1) sempre di previsioni parliamo e non di conoscenza finita di qualcosa che, in quanto inesistente, non può essere conosciuto;

2) come la mettiamo con il fatto che tale futuro implica l’interazione con milioni e miliardi di altre creature che brancolano più o meno alla cieca e le cui azioni e reazioni, molto meno divine, sono notevolmente imprevedibili?

Quello che sto dicendo è che l’idea stessa di onniscienza divina mi pare assurda in queste condizioni a meno che non postuliamo quei binari pre-definiti che abbiamo visto crearci ben altri problemi dal punto di vista teologico.

E dunque? Dunque la nostra co-creazione è un happening anarchico in cui tutto può accadere in qualunque momento? Se vi aspettate che vi dica “certo che no!” purtroppo vi devo deludere: magari non proprio un happening anarchico ma il futuro di questa co-creazione tra un Infinito che, pure, ci suggerisce una direzione lasciandoci liberi di seguirla o meno e milioni di miliardi di finiti che soggiaciono a loro volta a milioni di miliardi di variabili ha come frutto un futuro che, quando esisterà, nascerà da adattamenti progressivi, da passi incerti, da movimenti a tratti contraddittori. Un futuro, soprattutto, che nascerà e nasce continuamente da un dialogo che è una rete immensa di interazioni più o meno intenzionali tra umano e Divino e, in quanto tale, è imprevedibilmente condiviso e preventivamente inconoscibile da ciascuna delle parti in causa.

Dirvi questo significa che sto deprivando l’idea di Dio della sua grandezza? Significa che sto bestemmiando da eretico impenitente? Significa che non ho rispetto per il Divino? Non lo so, fratelli. Ma quello che posso dirvi è che l’immagine di questo Dio che non ci obbliga, di questo Dio che non si impone, di questo Dio che si piega ad ascoltare ciascuno di noi e che permette a ciascuno di noi lo voglia di operare, pur nella sua piccolezza, nel creare il mondo che Lui ha voluto ma che ha deciso di costruire con noi, mi lascia continuamente a bocca aperta e mi riempie costantemente di amore per questo nostro Dio e per le Sue creature e di voglia di ascoltare sempre più attentamente la Sua voce dentro di me.

Adonai echad,

Amen

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