A volte bisogna saper perdere il bus

Cari Amici,

L’occasione di questo sermone nasce da un paio di passi biblici che qui riporto e da una esperienza casuale ma molto istruttiva.

I versi sono questi:

13 Allora ti guarderai bene dall’offrire i tuoi olocausti in un luogo qualsiasi; 14 ma offrirai i tuoi olocausti nel luogo che il SIGNORE avrà scelto in una delle tue tribù; là farai tutto quello che ti comando.

Il passo a ben guardare è piuttosto strano, poichè il Principale non dice quale debba essere questo luogo, nè menziona un preciso criterio decisionale, esponendo la scelta all’arbitrio umano. In pratica i versi permettono di fatto ciò che a parole dicono di non fare, con lo scomodo corollario per cui milioni di sinagoghe in giro per il mondo sarebbero potenzialmente fuorilegge, nonchè intere generazioni di credenti che Gerusalemme l’han vista solo in cartolina.

Gli esegeti vedono in questo passo una chiara eco della fonte sacerdotale che, volendo legittimare se stessa, proibisce di fatto qualunque esperienza cultuale che non controlli. Ma questo è solo un filo della matassa, che può accontentare solo gli esegeti e qualche ateo pigro e annoiato.

La situazione si complica invece piuttosto se noi confrontiamo questo precetto con il comportamento di Elia prima [ 1Re 18:30 Allora Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi a me!» Tutto il popolo si avvicinò a lui; ed Elia riparò l’altare del SIGNORE che era stato demolito.] E soprattutto di Gesù, poichè, se è vero che Mt 4:23 andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, E’ altrettanto vero che Mc 1:35 Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava.

Ma mi rendo conto, che, con le mie astrusità filologiche rischio di annoiare quanti tra noi abbiano ascendenze gallo-marchigiane, quindi lasciatemi porre degli interrogativi sul testo in chiave UU. Essi potrebbero essere: (1) qual è dunque il giusto rapporto tra individualità e collettivo, tra spontaneità e codice liturgico Questo è il problema che vorrei porre oggi. (2)  fino a che punto può essere spontanea ed estemporanea una manifestazione spirituale? Fino a che punto essa può essere pensata come frutto di una dote innata e fino a che punto invece non sia qualcosa oggetto di apprendimento?

Iniziamo dal primo problema luogo qualsiasi vs. luogo che il Signore avrà scelto. Come sapete io sono il fautore dell’ovunque purchè sia, allora come può uno come me interpretare un verso simile che apparentemente lo sconfessa?

(I)

Per poter rispondere occorre dapprima chiarire quale penso sia il rapporto uomo/realtà e poi considerare l’esperienza spirituale, non direi come caso particolare, quanto piuttosto come vertice di questo rapporto.

Iniziamo col ribadire che non penso assolutamente che noi siamo responsabili di ciò ci che succede, ma della risposta materiale, morale e spirituale che diamo a ciò che succede. Non abbiamo deciso noi di essere ricchi, poveri, sani, malati, di vivere questa o quella esperienza, ma ciò è abbastanza irrilevante perché qualunque sia la condizione di partenza.  Ciò che ci succede semplicemente accade, e non sono particolarmente interessato a cercare in ciò che mi succede un disegno o una responsabilità, se volete prendervela col Principale, liberissimi, ma è una strada un pò corta… dopo un paio di bestemmie avrete finito il viaggio.  

Ciò che mi interessa invece è la risposta che diamo a ciò che ci succede, i valori che mettiamo in campo in una determinata realtà, i principi che ci ispirano. Come vorrò dimostrare in questo scritto: nel momento in cui tutti reagissimo a ciò che ci capita in maniera spiritualmente rilevante, le enormi differenze che la sorte ci ha donato in partenza arriverebbero ad essere sempre più trascurabili

Per poter far questo devo avere sostanzialmente 2 cose:

  1. una idea chiara del punto di arrivo, della persona spirituale che voglio costruire, imparare ad essere, perfezionare, una idea che costituisca quello spazio trascendente verso cui tendere
  2. e delle regole pratiche quotidiane che mi diano quantomeno una idea sul cosa fare e che mi aiutino a selezionare nel tempo quel comportamento spirituale ottimale.

E qui arriva un punto importante per noi UU:

Sebbene noi crediamo fermamente  che questi principi formali siano i medesimi per tutti, una volta che essi si confrontino da un lato con la contingenza storico culturale, dall’altro con la personalità dell’individuo, non è più possibile trarre da questi principi universali un set di regole uguali per tutti, ma ciascuno deve poter maturare in autonomia la maniera per lui più semplice per costruire quella persona spirituale di cui abbiamo detto. Quindi ad uno degli interrogativi potremmo rispondere: non si tratta di scegliere tra componente innata e istruzioni apprese, ma nel definire una pratica, cucita sulla sensibilità spirituale di ogni individuo in cui la componente culturale concorra a elicitare tra le caratteristiche innate quelle che meglio risultino funzionali alla costruzione della persona spirituale

(II)

Ma questa costruzione si ottiene e si sostanza solo attraverso una applicazione quotidiana costante, una pratica che abbia come obiettivo quella che chiamiamo esperienza Spirituale ottimale. Essa è l’incontro di due elementi, l’uno umano e consapevole, l’altro spirituale e trascendente. Dal primo punto di vista è indispensabile che ciascuno di noi analizzi se stesso e capisca di volta in volta quali sono gli elementi che può migliorare. Devo capire io ad esempio, qual è l’ambiente che meglio in questo periodo mi permette di sentire  ciò che faccio, sia esso il deserto, la sinagoga, la natura o cos’altro; devo capire quale sia la pratica che più mi pro-voca ad un atteggiamento spirituale, sia la Torah, sia il vangelo, sia qualcosa di più fisico, o siano anche le litanie a santa Rosalia (che mi tocca scrivere). Ma il testo da cui siamo partiti ci ricorda che questo non basta, che l’esperienza che cerchiamo conserva un carattere di evento che va accudito e rispettato, non è qualcosa di lineare che possa avvenire sempre e scientificamente, ma è qualcosa che accade e quando accade dobbiamo essere pronti e viverlo appieno.

(III)

Un’ultima questione: nel momento in cui l’uomo è costitutivamente un animale sociale e ciascuno esprime un frutto spirituale individuale, come immaginare una pratica collettiva, che possa da un lato costituire una cocostruzione e una condivisione delle esperienze e dall’altro rispettare la peculiarità del percorso individuale? Questo sarebbe il tema di un altro sermone, ma lasciatemi accennare almeno un paio di cosette. La prima: lungi dal voler forzare una pratica uguale per tutti occorre promuovere un atteggiamento che preveda la pluralità di pratica, nel rispetto di alcuni principi di tolleranza e buon senso. La seconda, e qui gli UU con la Comunione dei Fiori sono maestri, promuovere il dialogo e la condivisione di esperienze, in modo che ciascuno possa far tesoro della vita spirituale dell’altro e tutti possano crescere insieme.

(IV)

Vi racconto infine l’episodio, che mi ha dato l’idea di questa riflessione e che mi è capitato qualche tempo fa. Sarà esperienza comune di quanti prendano i mezzi tutte le mattine alla stessa ora, riconoscere le facce dei vostri compagni di viaggio, che fanno tutti i giorni il tragitto con voi per un motivo o per l’altro. Una mattina stavo per salire sul bus con uno di questi viaggiatori abituali quando lo vedo attardarsi al momento di salire e perdere il bus…, faccio per bloccare le porte per permettergli di salire, quando sorprendentemente mi dice “ Non si preoccupi, prendo il prossimo, il riflesso dei raggi del sole tra gli alberi e tra i palazzi è talmente bello ora, talmente magico, che non posso rischiare di perdermelo, a cosa servirebbe vivere se no?”

Secondo la logica mondana costui è poco più di un pirla, uno scansafatiche che trova mille scuse, perfino mistiche pur di non andare in ufficio, ma da un punto di vista spirituale la questione cambia radicalmente.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di fermarsi ad ascoltare lo Spirito e, in ultima analisi, ad ascoltarsi

Nasè Adam

נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Amen

Rob





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