Procuratevi un setaccio e sarete davvero felici

Cari Amici,

Vedo in giro gente triste e rancorosa, persone insoddisfatte e con poco equilibrio che cercano una soluzione al proprio malessere in una pastiglia, in qualche eccesso, o nell’odio verso l’Altro, il diverso.

In un’epoca di progresso, di emancipazione, di possibilità prima impensabili sembra che il sentimento collettivo non sia pronto a un simile salto ed arranchi senza riferimenti. L’odio, il rancore, il nihilismo che oggi sembrano i soli sentimenti legittimi per l’uomo vero, sembra lascino dietro di sè una pletora di gente spenta, sofferente e disperata

La cosa mi sembra ancora più strana se la paragono alla mia situazione: io le ho tutte: sono disabile, interista e unitariano. Se si dovesse indicare un disperato, quello dovrei essere io… eppure sono felice. Secondo l’immaginario collettivo, a causa della disabilità non dovrei avere alcun motivo per essere felice, non dovrebbe esserci alcuna scusa, alcun palliativo possibile che possa allontanarmi dal mio posto di dolore. Eppure sono felice. Perchè sono felice? Se riuscissi  a rispondere a questa domanda forse potrei essere utile a quanti brancolino nel buio nihilistico. Per rispondere penso sia opportuno sgomberare preliminarmente da alcuni errori comuni, il primo dei quali penso sia il legare la propria felicità a uno stato di cose: sono felice se l’Inter vince, sono felice se mangio pizza, sono felice se sono al mare. E se queste cose non succedono? Rischiamo di rimanere impantanati nell’attesa. Di questo c’è anche un corollario sociale: il romantico sono felice se mia moglie è felice, o il professionale sono felice se il mio capo è felice, Ma se non succede? Se mia moglie c’ha un diavolo per capello o se il mio capo non ha digerito, io non posso essere felice? Credo che alla base di questo ragionamento ci sia una fallacia di controllo: io posso essere felice solo se le cose vanno nel modo in cui dico io, solo se si verifica ciò che ho deciso io. Solo che così non è. Non voglio perdermi nel capzioso e un po’ inutile problema su chi sia ad avere il controllo, alcuni crederanno in un Dio Burlone, spesso a tinte discutibili, altri in un caso cieco e senza senso, a me qui basta pensare che io non sia in totale controllo di ciò che mi accade e che se voglio essere davvero felice non posso basarmi semplicemente sulla speranza che si verifichi un certo stato di cose. Anche perchè, come ci insegna Schopenhauer, noi siamo drogati di aspettative. Nel fortunato caso si realizzi ciò che avevamo desiderato, siamo sempre pronti a rilanciare.Quando avevo 7 anni pensavo che la felicità fosse poter vedere tutto il giorno Junior TV, quando ne avevo 11 bramavo un computer, a 20 una fimmina, a 30 un lavoro. Tutti questi traguardi li ho raggiunti, ma è facile notare come l’asticella si sia completamente spostata. Credo insomma che importante sia un cambio di prospettiva, molto orientaleggiante per quanto ne so: per poter essere felice non posso adeguare la realtà ai miei desideri, ma forse posso ritarare i miei desideri a partire dalla realtà e farlo a tal punto da desiderare ciò che accade realmente. Lasciamo perdere gli estremi, ma credo sinceramente che questa sia la strada più giusta. Ciò che mi viene in mente quando penso a questo è che l’attività del setaccio pensieri cercatori d’oro setacciavano la sabbia e il fango per cercare pepite. Pensate a quanta fatica, ma anche alla sorpresa di trovare una pepita in mezzo a un mare di fango in situazioni magari che non erano prevedibili. Ecco io credo che noi dovremmo imparare una cosa del genere rispetto alla nostra realtà, ossia a non dare per scontato gli affetti, le belle esperienze, le piccole cose Io credo che pensare che la felicità sia altrove sia sbagliato:  veramente felice è colui che riesce a ritrovare gli aspetti importanti di queste piccole cose.

Imparate, alla fine di ogni giornata, in mezzo a qualche esercizio di preghiera/meditazione che non guasta, a guardare indietro alla giornata appena trascorsa e a ritrovare in essa qualche motivo per averla vissuta. Dopo una prima fase, la semplice consuetudine a questo esercizio vi porterà a vivere meglio e a scoprire nuove prospettive nella vostra vita consueta da cui saprete di essere più felici di quanto avreste pensato. E’ l’arte di usare il setaccio spirituale per ripulire la percezione dell’esperienza comune dalle sabbie dell’abitudine e della consuetudine, riscoprendo in ciò che già siete qualcosa di autentico ed appagante. Scoprirete che la felicità non è un diventare altro, ma un saper essere se stessi

I nostri amici greci possono venirci incontro su questo punto: essi descrivevano la felicità come Eudaimonia εὐδαιμονία, che, senza tediarvi con noiose discussioni filologiche, può anche voler dire andar d’accordo (εὐ) con il proprio Spirito Interiore (δαιμον), o anche, in termini meno solenni ma più vicini a noi, ascoltare con serenità quella vocina di cui narrava Parker bambino, tanto cara a molti di noi  

Bisogna accettare di trovarsi disarmati di fronte a questa voce, di ascoltarla, accettando che possa metterci di fronte parti di noi stessi che non vorremmo e vedere e superando la paura di alzare il velo della nostra coscienza. Nietzsche diceva che spesso l’esperienza più profonda e quella più spaventevole si somigliano, vanno a braccetto: molta gente ha paura di questa voce, fugge lontano per non sentire, rinuncia a questa felicitá profonda ma rischiosa in nome di qualcosa di piú effimero ma superficialmente e temporaneamente più rassicurante fuori di sé.

Questa voce ci mostra chi siamo e ci mette in contatto con quella scintilla divina che semplicemente ci dice chi potremmo o forse dovremmo essere. Non c è bisogno di metafisica per descrivere ciò a cui mi riferisco; ognuno di noi sa di cosa sto parlando e chiami pure quell’esperienza nel modo che sente culturalmente più affine.Sia detto en passant: sto facendo perno su uno dei cardini socratici dell’antropologia UU. Parlare dell’intrinseca dignità di ogni essere vivente significa anche pensare che egli nasca con un chiaro concetto di ciò che potrebbe fare per il bene, ma anche, qui stoppo il sussulto di Laura, con la totale libertà e responsabilità di raggiungerlo, e questo costa molta fatica. Più che a uomini malvagi penso dunque ad uomini pigri ed impauriti, che le tentano tutte pur di non guardarsi dentro, pur di non provare quella sensazione sgradevole di sentirci esaminati giudicati, rimproverati.

Ma è proprio qui il punto decisivo: credo non si possa essere felici senza accettare questa esperienza di ascolto intimo, non si possa essere felici fuggendo da se stessi. Se volete essere felici, non rifiutate il confronto con questa voce spirituale, potreste scoprire di non essere poi così soli e disarmati. La pratica spirituale quotidiana, su cui insisto molto, non è una annoiata ripetizione di formule, ma un modo per imparare a guardarvi dentro con calma e senza paura, trovando, giorno dopo giorno un equilibrio migliore con ciò che sentite nel profondo.

Lasciate che questo rapporto costante con quella vocina sia il filo conduttore delle vostre giornate e vedrete che nel tempo maturerete un sentimento piacevole e stabile.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di usare il setaccio dell’esperienza per recuperare il valore autentico e gratificante della vita anche in condizioni che sembrano proibitive, e coraggioso al punto di osare d’ascoltare la propria voce spirituale, trovando con essa un accordo che gli permetta di essere finalmente e stabilmente felice.

 

Nasè Adam,

Amen

Rob

 

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