Dymo

Cari Fratelli,

oggi vi voglio raccontare una storia un po’ strana della mia infanzia, una storia senza nessuna importanza ma che, recentemente, mi è tornata in mente pensando al modo in cui noi esseri umani tendiamo a ragionare.

Ok, premettiamo che, per un certo numero di ragioni che non ha particolare interesse ricordare in questa sede, ho imparato a scrivere piuttosto presto, forse persino prima di capire completamente quello che scrivevo per il puro piacere di sfoggiare una abilità appena acquisita.

Ora, non so quanti di voi si ricordino di che cosa fosse una “Dymo”. In realtà, devo confessare di non sapere neppure se qualcosa di simile esista ancora ma, in sostanza, credo che ogni famiglia, negli anni ’70, avesse una di queste macchinette che, sfruttando un meccanismo a pressione, permettevano, muovendo una ruota con lettere in rilievo, di stampare parole su una linguetta di plastica adesiva. Insomma, per farla breve, era un meccanismo per stampare etichettine da applicare agli oggetti.

Mia mamma possedeva una di queste macchinette e, purtroppo per lei, intorno ai quattro o cinque anni, lo scoprii frugando in quella specie di succursale della mia cartoleria preferita che era il cassetto della sua scrivania.

Come potete facilmente comprendere, l’unione tra una precoce grafomania e la possibilità di scrivere su linguette appiccicabili ovunque ebbe effetti devastanti per le sorti dei mobili della mia camera che, in breve, si trovarono più etichettati della casa di un alzheimeriano.

Naturalmente, la mia prova di capacità definitorie non fu molto gradita in famiglia, soprattutto per la quantità di colla rimasta sui mobili dopo una paziente operazione di rimozione delle etichettine ma, pur all’interno di un quadro umorale non particolarmente propenso ad esposizioni didattiche, ricordo che, tra le molte affermazioni non esattamente amorevoli, mia madre ebbe modo di farmi notare che le mie definizioni erano anche sbagliate: un cassettone era un cassettone e non un’“autopista”, la sponda del letto era una sponda del letto e non una “capanna” e la finestra era una finestra e non “fuori”.

Chi, tra noi, si occupa professionalmente di infanzia o, semplicemente, è padre o madre, sicuramente penserà che i rilievi lessico-semantici mossi dalla mia infuriata progenitrice fossero non solo corretti ma, soprattutto, utili dal punto di vista didattico. Lo concedo senza discussioni ma mi sento in dovere di affermare che, da un certo punto di vista, li trovo, a tutt’oggi, profondamente errati. Ovviamente per mia mamma quel mobile in cui metteva le mie camice era un cassettone, quel mobile su cui dormivo era un letto e quella cosa con vetri era una finestra ma per me no: per me il primo mobile era il posto su cui facevo correre le mia macchinine, il secondo era il posto sotto cui mi nascondevo quando ero triste o volevo stare per gli affari miei insieme con i miei giochi preferiti e la finestra era solo il mio oblò verso ciò che stava “fuori” da casa mia.

Ok, fine del mio momento di riminiscenza infantile, al termine del quale, probabilmente, vi state chiedendo che cosa stia cercando di comunicarvi.

La risposta a questa domanda implicita è duplice.

In primo luogo, ogni giorno di più mi sembra di capire che il nostro cervello funzioni un po’ come una “dymo”. Forse è semplicemente il nostro modo di ordinare il mondo, di cercare di dare un senso a ciò che ci circonda proprio quando quello che ci circonda diventa sempre più complesso da decifrare ma mi pare che esista una sempre maggiore tendenza a voler etichettare tutto e tutti.

Proviamo a pensarci: ti occupi di progettare e dirigere il lavoro di altre persone e la mia “dymo” mentale scrive “manager”, ti appiccica addosso l’etichettina e ne associa una serie di altre (“successo”, “denaro”, “potere”, etc.); chiedo che ci sia più giustizia sociale, meno sperequazioni, che non esista nessuno ricchissimo mentre altri muoiono di fame e, magari, tu mi appiccichi addosso l’etichettina “comunista”, a cui associ strane immagini di stalinismo, povertà diffusa, dittatura, etc.; oppure, a contrario, ti dico che a certi barbari ululanti che si siedono sulle statue di Fontana di Trevi li metterei in una cella 2×2, con i piedi nei ceppi e butterei la chiave e, tac, parte la dymo per scrivere l’etichettina “fascista”. Ok, ci sta: come dicevo è il nostro modo di interfacciarci al reale e anche le catene più o meno logiche di etichette che comunemente componiamo non sono altro che una costruzione di “pregiudizi” e, sebbene il temine “pregiudizi” abbia spesso una stampa fortemente negativa, in realtà sono proprio i pregiudizi che abbiamo formato nel tempo a creare quel castello conoscitivo su cui si basa il nostro rapporto con la realtà, la nostra capacità di controllo di quella stessa realtà e, in fin dei conti, la nostra possibilità di difenderci da possibili pericoli che sempre da questa realtà derivino.

Sto dicendo che la nostra “dymo” mentale è, in ultima analisi, qualcosa di positivo?

Beh, non esattamente, per almeno tre ordini di motivi.

In primo luogo, cosa succede se la nostra etichettina o la nostra catena di etichettine inizia a creare schemi un po’ particolari tipo: “arabo” – “finto profugo” – “terrorista fanatico” – “pericolo per la nostra società” o “donna” – “debole” – “sottomessa” – “schiava dei nostri voleri” oppure “gay” – “pervertito” – “distruttore della famiglia” o ancora “povero” – “peso sociale” – “ladro delle nostre risorse” – “irricevibile” e via discorrendo? Succede che quelle etichette, prima ancora che essere aberrazioni logiche di pensiero, diventano lettere scarlatte, marchi d’infamia aprioristici e inaccettabili. E guardate che, anche senza arrivare a casi così estremi, i marchi d’infamia possono avere tante gradazioni: sorvolerò sul molto personale “prete tatuato, con orecchino e non divorato da una costante estasi mistica”, quindi “delinquente finto prete millantatore, eretico e blasfemo” che, ormai più che rompermi le scatole mi fa quasi solo sorridere, ma vorrei appuntare la vostra attenzione su certe catene di etichette che, solo per restare in ambito prettamente religioso, magari hanno prima o poi sfiorato la nostra esistenza, tipo “cristiano” – “bacchettone” – “moralista” – “rompiscatole” o “musulmano” – “fanatico” – “kamikaze” – “nemico” o, ancora “buddhista” – “sognatore” – “frakkettone” – “fancazzista” che, se non avessero risvolti tragici, potrebbero persino essere considerate risibili se pensiamo che Yeshua, Buddha e, per alcuni versi, persino Muhammad non avrebbero mai accettato che si appiccicassero su di loro persino le etichette definitorie di base …

Ma non solo queste etichette diventano marchi d’infamia: un problema persino maggiore, e arriviamo così al secondo punto, è che i pezzettini di plastica prodotti dalla nostra dymo mentale sono pieni di colla e si appiccicano sul loro oggetto di definizione persino più delle mie etichette sui mobili che tanto avevano fatto penare e imbufalire mia madre.

Eh, sì, perché una volta che il nostro cervello ha attaccato la sua brava etichettina, ce ne vuole prima di riuscirla a staccare! Spesso neppure l’evidenza della classica “prova contraria” riesce a smuoverla, neppure la logica dell’osservazione che la nostra dymo si è basata su uno o due casi per formulare un giudizio contraddetto da mille o duemila esempi opposti. Perché? Semplicemente perché poche cose sono più temibili per la nostra identità della “dissonanza cognitiva”: una volta che la nostra mente ha ordinato il mondo, con le sue componenti e i suoi valori, secondo un certo schema, come nel classico castello di carte smuovere un elemento rende tutta la costruzione un po’ più pericolante e questo proprio non lo possiamo accettare e preferiamo non vedere l’ovvio che perdere un po’ delle nostre piccole certezze. Così, se abbiamo deciso che quell’etichetta va attaccata a quella persona, a quella tipologia di persone (e, stranamente, l’etichetta più ovvia e basilare, quella di “essere umano”, è quella che usiamo sempre meno per qualsiasi circostanza) o quella tipologia di evento, quella resterà lì attaccata, nei secoli dei secoli…

Assurdo? Sì, ma, se ci pensate bene, così comune da diventare persino banale.

Eppure, non è neanche questo l’aspetto più negativo della nostra dymo. L’aspetto più negativo è che molto spesso la dymo non ce l’abbiamo neanche veramente in mano noi e, se anche ce l’abbiamo (cosa assai rara), mentre scegliamo le nostre definizioni non ricordiamo mai una delle frasi più belle del grande filosofo brasiliano Jarabe De Palo: “Da che punto guardi il mondo tutto dipende”.

Innanzitutto, perché fare la fatica di costruire la nostra etichetta quando esistono etichette e definizioni già costruite da altri, quando esiste tutta una letteratura definitoria già pronta da cui possiamo attingere acriticamente, senza dover fare neppure lo sforzo di pensare? C’è chi ha già pensato per noi, ci ha preparato un percorso facile a cui tutto quello che dobbiamo fare è aderire, magari mattendoci addosso noi questa o quella etichetta. Sei “patriota”? Allora devi pensare questo, questo e questo; sei cristiano? Allora le tue etichette devono essere A, B, e C; sei di sinistra, di destra, anarchico o populista? Ecco la serie di etichettine per te, che puoi utilizzare a tuo piacimento e su chi vuoi ma seguendo il libretto d’istruzioni che ti è stato consegnato alla nascita, che ti è stato spiegato da questo o quel partito, che ti è stato inculcato da questo o quell’ambiente sociale, che la tv, che internet che il tuo social di riferimento ti ha ribadito tante volte essere quello giusto.

Se ti succede questo devi ritenerti uno stupido? No, non necessariamente: prima o poi, su questo o quell’argomento (e, probabilmente, su molti argomenti) ci passiamo tutti e spesso sono davvero bravi a farti credere che quell’etichetta che stai usando l’hai creata tu autonomamente e non l’hai assorbita come latte materno. Hanno studiato tanto per convincerti, per imparare a farti credere di avere in mano una dymo che, in realtà, è a migliaia di chilometri da te … Politici, psicologi sociali, pubblicitari, preti, opinion leaders, giornalisti, autori di palinsesti , persuasori occulti: sono tante le figure che vivono di questo ed è così facile, così comodo avere la pappa pronta e far finta di essere libero mentre clicchi su un “mi piace” o conti quanti “mi piace” hanno messo a te …

Sei una eccezione? Cerchi di pensare criticamente con la tua testa e ci riesci anche? Ok, ottimo! Allora, fermati un istante e pensa al mio cassettone-autopista, al mio letto-capanna o alla mia finestra-fuori! Pensa che forse l’etichetta che la tua dymo ha preparato, diciamo pure in totale autonomia, è l’etichetta che va bene per te, che deriva dal tuo punto di vista ma che, magari, la stessa persona, la stessa cosa, la stessa azione, vista da un altro punto del mondo, anche solo da un punto a mezzo metro da te, potrebbe ricevere etichette diverse. Pensa che la tua verità è tua, ma non è assoluta, perché nessuno di noi possiede la visione globale mentre ognuno di noi stampa le sue etichette basandosi sul proprio mondo, sulla propria ottica, sul supporto di migliaia di etichette precedenti.

Lo so: ti diranno che questo è pensiero debole, che è relativismo, che esistono degli assoluti assiomatici … La scelta è tua! Io mi occupo di religione e quello che ti posso chiedere, dal mio punto di vista di religioso U*U è, ad esempio, se non pensi che vivremmo in un mondo più tollerante, più pacifico, più pieno d’amore se, ad esempio, non avessimo appiccicato l’etichetta “Messia figlio di Dio” all’uomo Yeshua, se non avessimo appiccicato l’etichetta “Sigillo dei Profeti” all’uomo Muhammad, se non avessimo appiccicato l’etichetta “Buddha lluminato” a Siddartha Gautama, se non avessimo appiccicato al nostro cervello l’etichetta inamovibile che esiste “uno e un solo Messia, uno e un solo Sigillo dei Profeti, uno e un solo Buddha” …

Relativismo … Pensiero debole … Forse sì … Ma un punto di vista non è forse solo un punto di vista? Abbiamo bisogno di assoluti definitori? Non so … Ma mi chiedo se questo bisogno non sia anch’esso il frutto di un’altra etichetta che ci hanno appiccicato sul cervello, sull’anima …

Eppure, abbiamo detto, tutte queste etichette sono necessarie, sono il nostro modo per leggere il mondo…

Va bene! Ma lasciate che preghi insieme a voi perché queste etichette, dalle più neutre a quelle più terribili, infamanti, definitorie possano essere almeno un po’ meno piene di colla, un po’ più fluide e, soprattutto, perché possiamo renderci conto che ogni etichetta è nostra, solo nostra e che nessuna etichetta può davvero essere imposta al mondo intero: in fondo, su ciascuno di noi, c’è una piccola etichettina che usiamo pochissimo e che recita: “sono solo un essere umano” ma che, se letta al contrario, recita “ho la dignità di essere un essere umano”!

Adonai echad,

Amen.

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