LA NATURA E’ LA MIA CHIESA, L’AMORE LA MIA RELIGIONE

Carissime e carissimi,
vorrei tornare oggi su un tema che abbiamo già affrontato: quello del rapporto tra religione e natura nel contesto UU. Come sapete, la natura ha avuto un ruolo fondamentale in alcune delle correnti principali della spiritualità UU, nel trascendentalismo in primis, ma anche più di recente in molti influenti pastori UU che si rifanno al naturalismo religioso da un lato o alla teologia del processo dall’altro. Come anche sapete, da tempo sostengo (come altri UU ben più influenti di me, quali Daniel Harper o David Bumbaugh) che il riconoscimento della creatività e dell’unità insite nella natura possa rappresentare il terreno per un discorso comune all’interno della nostra denominazione, superando l’annoso dibattito tra teismo ed umanismo. Tutte cose di cui abbiamo già parlato. Allora perché tornarci su? Essenzialmente per due motivi. Il primo è che di recente (e direi finalmente) anche nella nostra piccola realtà italiana, accanto alla storica presenza di persone che si riconoscono nell’ispirazione cristiana dell’unitarianesimo classico, cominciano ad esserci altri che ritrovano nel rapporto con la natura un elemento fondamentale e fondativo della propria spiritualità. Persone che trovano segni di questa attenzione nella lezione trascendentalista di una natura che evochi le virtù più alte dello Spirito e ci spinga a realizzarle; persone che recepiscono il fascino di tradizioni neopagane e della loro capacità di testimoniare il valore della molteplicità ed il contatto con la terra feconda; o persone che non rinunciano ad un’ispirazione cristiana, ma sotto lenti teologiche, come quelle della c.d. “spiritualità del Creato”, che sappiano leggere segni del Regno anche nelle connessioni a cui ci lega la natura. C’è questo e spesso insieme e, come pastore, mi sento interrogato da questi nuovi fiori che appaiono nel giardino della nostra Comunione e chiamato a costruire discorsi che da un lato ne sanciscano l’accoglienza, dall’altro offrano loro la linfa dell’ispirazione UU all’unità tra tutti e alla dignità di ciascuno. Il secondo motivo è che proprio sulla pagina di uno di questi nuovi amici (Fabio dalla Sicilia) ho trovato una frase che può aiutarmi nel proseguire e chiarire questo discorso: “La natura è la mia chiesa, l’amore è la mia religione”. Chi mi conosce sa che non potrei prendere ed accettare una simile frase alla lettera. C’è, infatti, un che di disintermediazione rispetto alle religioni reali che io reputo irrealizzabile, giacché siamo esseri incarnati ed imperfetti, che hanno bisogno di segni tangibili per vivere quotidianamente il proprio rapporto con il Sacro. Ma, come ci insegna la tradizione buddista, gli “utili strumenti” della fede sono zattere che ci accompagnano all’altra riva del fiume, a cui non dobbiamo però attaccarci come fossero essi stessi la riva, liberandocene giunti oltre il guado. E in qualche modo quella frase rappresenta delle direttrici di fondo che definiscono, oltre i dettagli di religioni specifiche, una spiritualità fondamentale in cui mi riconosco pienamente. La cosa che mi colpisce di questa frase è soprattutto in ciò che essa NON dice. Infatti, essa non afferma che “la natura è il mio Dio” e neppure che “la natura è la mia religione”. Quando invito molti a rimettere il mondo naturale al centro dell’esperienza e della pratica religiosa mi sento spesso rispondere: “ Ma come fai ad adorare la natura? Non lo vedi quali brutture essa ci mostra? Bambini nati deformi, malattie, terremoti ed alluvioni! La natura non è affatto buona, al limite è neutra ed indifferente, se non a noi avversa. E di certo non ha in sé nulla di spirituale.” Il primo errore di questa affermazione sta qui: chi ha mai detto di adorare la natura? Rimettere il mondo naturale al centro dell’esperienza e della pratica religiosa non significa fare della natura l’oggetto della propria adorazione, il proprio Dio o la propria religione. Il secondo errore deriva dal primo: immaginando un’identificazione tra Dio e natura, si rivolgono alla natura le stesse contestazioni che la teodicea rivolge a Dio. Se la natura è buona, perché tanto male? Con la differenza che Dio può avvalersi di uno di due alibi (ossia il nascondere le Sue intenzioni di un bene più grande, per alcuni, oppure il fatto di non esistere, per altri), mentre la natura no! La natura è lì, manifesta nei suoi processi ed evidentemente dotata di un’esistenza. Ma noi non intendiamo affatto identificare la natura con un Dio personale. In secondo luogo, tanto Dio quanto la natura manifestano eventualmente lo Spirito non nella perfezione del mondo, ma piuttosto nella sua perfettibilità. Un terzo fondamentale equivoco da sfatare sta nella reazione di chi ritiene che la natura rappresenti una realtà altra dalla sfera sociale ed umana, che, lì dove non presenti il suo volto arcigno, può rappresentare al massimo l’ameno contesto per rasserenanti passeggiate in boschetti animati dal canto degli uccellini. La natura a cui ci riferiamo non ha nulla a che fare con questo quadro idilliaco. Il fulcro della spiritualità della natura è giustappunto nel negare quella frattura che separa l’essere umano dall’ambiente che lo circonda, per cui la natura viene a rappresentare il bosco quanto la città, la realtà selvaggia come quella antropizzata. In termini biblici, quello che intendiamo per natura sono le “realtà terrene” tutte. Rimettere al centro la natura non significa dimenticarsi dell’essere umano, ma piuttosto osservarlo nella complessità delle sue relazioni con la vita tutta. “Ecologia” significa letteralmente “discorso sulla casa”, per cui natura non è solo il parco in cui andiamo a passeggiare la domenica mattina, ma il mondo che abitiamo ogni giorno, anche in mezzo allo smog delle auto bloccate nel traffico, pur se in quel momento della natura osserviamo la triste ferita, piuttosto che il cuore gioioso. La frase da cui abbiamo tratto spunto è illuminante nel qualificare adeguatamente ciò che intendiamo nel nostro approccio spirituale alla natura: “La natura è la mia chiesa”. Quello che intendiamo è, cioè, riconoscere la natura come “luogo del Sacro”, non come cosa in sé sacra. Significa, cioè, riconoscere la natura come serie di processi che realizzano la tensione della vita tutta verso lo Spirito. “La natura è la mia chiesa” perché è il tempio in cui va in scena la Sacra Avventura della vita, la sua trasformazione da una semplicità insignificante verso una affascinante complessità, la sua elevazione dalla materia inconsapevole alla coscienza di sé, la sua apertura dalla conservazione autoreferenziata della vita propria al dono altruistico per la vita altrui. Come ci ricorda la Teologia del Processo, creatività ed unità sono le ancelle che guidano questa evoluzione, in un rapporto che manifesta la composizione tra i molti e l’Uno. Lì dove, infatti, la teologia tradizionale riconduceva la creatività al potere ultimo di Dio e Dio solo, osservarla nella natura significa vederla esplosa in infiniti sforzi creativi. Qui possiamo scorgere il legame della religiosità della natura con lo spirito “pagano”: il riconoscimento del tesoro nascosto in ogni espressione di vita, o, come recita una preghiera dei nativi americani, “della lezione nascosta in ogni foglia”, con la conseguente necessità di una molteplicità di simboli cui volgere la nostra devozione per non lasciar sfuggire questa molteplice ricchezza spirituale. Allo stesso tempo questa stessa osservazione di una creazione continua e diffusa, ci mostra che la creatività si alimenta delle reciproche interazioni tra le individualità nella rete interdipendente dell’esistente e che quanto più tale rete si rende complessa e interconnessa e quanto più la vita si fa consapevole di essa, tanto più la natura sembra oltrepassare i suoi stessi limiti. Non so a voi, ma a me tutto questo suona splendidamente UU e credo che proprio questo spirito, quello dell’unità che scaturisce dal nostro Settimo Principio, sia l’elemento che possa arricchire ogni spiritualità della natura o religiosità della terra, che si affacci alla nostra congregazione, di un respiro più ampio. Tutto questo ci introduce al secondo aspetto richiamato dalla frase da cui abbiamo tratto spunto per questo sermone: “L’amore è la mia religione”. Se pensiamo all’amore come ad un accogliere l’altro e un donare o donarsi per l’altro, ci accorgiamo di come tutto questo abbia davvero a che fare con l’amore. Perché ogni dono è un atto creativo, che immagina possibilità nuove nell’affidare qualcosa di prezioso nelle mani di un altro, mentre accogliere l’altro, ogni singolo altro, è costruire nuove connessioni nella grande Rete della Vita. Un’ultima considerazione voglio farla parlando all’altra metà del mio cielo, vale a dire alle sorelle e fratelli che trovano nel messaggio di Gesù, piuttosto che in ogni foglia, la propria lezione. Non pensate che tutto questo non vi riguardi, non fatevi confondere da un linguaggio che forse non vi appartiene. Abbiamo accennato ad un legame tra l’immagine di una creatività diffusa e l’attenzione pagana alla molteplicità. Ma anche dal lato cristiano non mancano immagini che catturano, seppur con sfumature diverse, questo stesso processo. Come ci ricorda il salmo che abbiamo letto, le meraviglie del creato manifestano il potere di un Dio che “ fa dei venti i suoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i suoi ministri”, ma aggiungono bellezza esse stesse alla creazione perché “rinnovano la faccia della terra”. Spingendoci più oltre, pensando al Prologo del Vangelo di Giovanni, “tutto fu fatto per mezzo del Verbo”. E, se rinunciamo, come è nostro uso di unitariani, ad identificare questo Verbo con Gesù solo, questo verso dipinge una creazione che prosegue oltre l’atto iniziale di Dio Padre e procede attraverso l’incarnazione dello Spirito nelle innumerevoli creature, ad esso più o meno recettive. Potremmo spingerci ad immaginare analogie tra il Corpo di Cristo e la Rete della Vita, ma ve le lascio soltanto immaginare. Quello che conta è che, come vedete, tutto questo conduce a quello stesso amore per il prossimo predicato da Gesù. Non si tratta, infatti, di rinunciare al Regno, ma di riconoscere ad esso una dimensione cosmica, che coinvolge ogni creatura. Né si tratta di rinunciare all’umanesimo cristiano, ma di comprendere l’essere umano nella complessità delle sue interazioni e nella totalità delle sue dimensioni. E non si tratta di rinunciare a Dio, ma di vederlo riflesso negli sforzi creativi attraverso cui la vita cerca di rispondere alla Sua ispirazione.

Nella Sacra Avventura,

Alessandro

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