Libertà …

Cari Fratelli,

lasciate che vi faccia una domanda un po’ imbarazzante, a cui, naturalmente, non vi chiederò di rispondere se non dentro di voi: quanto potete affermare di essere liberi?

Probabilmente davvero una domanda imbarazzante, anche perché, preventivamente, dovremmo dare una difficilissima definizione di che cosa sia la libertà.

Possiamo definirci liberi quando usciamo da un qualsiasi stato di necessità?

Non direi, in primo luogo semplicemente perché è assolutamente impossibile per qualunque essere umano non essere all’interno di uno stato di necessità naturale e, soprattutto, perché l’idea stessa di uscire da tale stato per quanto possibile, ad esempio tentando di sottrarsi da quelle necessità non fisiche ma morali, quali i legami affettivi e civili, non può sicuramente considerarsi, a mio parere, una reale libertà ma, piuttosto, una fuga da quelle responsabilità che formano la trama del nostro sistema sociale e comunitario.

Possiamo, allora, pensare che la libertà sia una sorta di utopia, disgiunta dallo stato di realtà effettuale, un orizzonte intangibile e irraggiungibile verso cui procedere indefinitamente? Forse in parte sì, proprio nel senso già menzionato di uno stato di necessità eneludibile che caratterizza la vita umana. Ma se la libertà risultasse solo un concetto astratto, allora non avrebbe nessun senso oggettivo definire qualcuno come libero o schiavo, no?

Probabilmente l’atteggiamento più produttivo risulta essere quello di distinguere tra una libertà oggettiva, di per sé, come visto, probabilmente impossibile da ottenere nella sua totalità sia fisica che morale o spirituale, a meno di non rinunciare alla vita stessa o di isolarsi in una autoreculsione asociale e anaffettiva, e una libertà che potremmo definire come “soggettiva”.

Ebbene, che cos’è, dunque, questa libertà soggettiva?

Io credo che, in qualche modo, questa libertà soggettiva possa risultare un termine sinonimico del concetto di moderazione interiore.

Mi rendo conto che questa affermazione necessiti di qualche spiegazione e vorrei partire proprio da due delle letture proposte questa sera cercando, come spesso è proprio della nostra chiesa, di sviluppare un ponte sincretico tra esse.

Cominciamo dai versetti del capitolo 8 di Giovanni. Vi devo confessare che per tutta la vita sono stato affascinato e addirittura quasi ossessionato dalla frase “conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”. La domanda di fondo era: quale è questa verità che ci può rendere liberi? Rabbi Yeshua ci dà una risposta per alcuni versi un po’ enigmatica se letta ai nostri giorni, fuori dal contesto di una cultura ebraica imperniata su un sistema precettistico, dicendoci che la libertà è il non essere schiavo del peccato. Al di fuori di tale cultura e delle sue norme, infatti, tutta la questione si sposta sul concetto di peccato e sulla sua definizione, a meno di non voler assumere una direzionalità ben precisa e, in fin dei conti, super-imposta nella supina accettazione di canoni levitici che, molto probabilmente, ormai molto poco ci appartengono. Mi pare di poter dire che proprio contro la tentazione di questa supina accettazione di concetti eterodiretti ci metta in guardia Rumi, come sempre fonte di ispirazione e apertura mentale e spirituale, quando ci dice che ciascuno di noi possiede solo un frammento della verità che tende a vedere come la sola Verità possibile. Non abbiamo il tempo, in questa sede, di analizzare le motivazioni filosofiche che portano il grande mistico del XIII secolo a negare la possibilità di assolutizzare qualsiasi verità e che, in fondo, pur molto semplificando, risiedono nel pensiero non dualistico che informa tutta la sua visione, tale per cui noi che siamo solo frazione del reale, non possiamo dare definizioni assolute pur compartecipando alla formazione dell’Assoluto di riferimento. Ciò che più conta, in questa sede, è che, nel quadro di un rifiuto di qualsiasi dogmatismo, persino una definizione standard di peccato risulta problematica e, cadendo tale possibilità definitoria, la nostra via verso la verità e, conseguentemente, la libertà non può essere tracciata “una volta per sempre” e, in fin dei conti, risulta inevitabilmente soggettiva.

Ed è a questo punto che giunge in nostro aiuto la frase di Thoreau. Se il prezzo di ogni cosa è la quantità di vita che siamo disposti a dare in cambio di quella cosa, è il prezzo eccessivo che possiamo essere disposti a pagare per qualcosa a configurare i termini di una schiavitù.

Trovo questa prospettiva di estremo interesse perché ci apre ad un concetto che ritengo essere fondamentale, soprattutto all’interno dello UUismo: la schiavitù non sta nell’elemento che ci rende schiavi ma nel nostro atteggiamento verso quell’elemento e, conseguentemente, la “peccaminosità” o meno di un’azione non si misura tanto nell’azione stessa ma nel dedicare al suo compimento tutto o quasi l’ammontare dell’elemento più sacrale in nostro possesso, cioè la vita.

E, davvero, a questo punto, assume senso il ritenere che la verità divina di un compito affidatoci di essere elemento di armonia nel creato e non di disequilibrio possa essere l’unico strumento per valutare i parametri della nostra libertà.

Un paio di esempi pratici penso possano chiarire questo concetto.

Tutti viviamo all’interno del mondo materiale e, conseguentemente, tutti, a meno di non chiuderci in una quasi impossibile autarchia, abbiamo bisogno di denaro per sopravvivere. Altrettanto conseguentemente, l’acquisizione e il possesso di denaro sono non solo necessari ma anche assolutamente moralmente ineccepibili nella misura in cui ci permettono di garantire a noi stessi e a chi amiamo una vita dignitosa e all’interno degli standard sociali comunemente accettati.

Ma cosa accade se la nostra volontà di acquisizione di denaro attraverso il nostro lavoro si tramuta in una smania ossessiva di ricchezza? Semplicemente che il denaro diventa una sorta di droga, alla cui acquisizione dedicare qualunque istante della nostra vita, persino arrivando a slegare tale acquisizione dall’obiettivo finale di garantirci, attraverso di esso, quei beni che possano darci un certo grado di sicurezza materiale e di serenità, sacrificando proprio tale serenità, oltre che qualunque altro aspetto “spirituale” dell’esistenza, ad una rincorsa sfrenata verso una ricchezza che, in fin dei conti, non ci apparirà mai sufficiente a saziare le nostre brame di ostentazione e di lusso.

E, allora, dobbiamo affermare che il male, il peccato, la schiavitù risiedono nel denaro? Ovviamente no: il male, il peccato e la schiavitù risiedono nel nostro renderci, forse volontariamente, forse inconsapevolmente, schiavi di uno strumento utile e moralmente piuttosto neutro.

Allo stesso modo, la sessualità, così a lungo vista come un elemento negativo da un certo numero di approcci religiosi, è, in fin dei conti, uno dei più grandi doni che possiamo aver ricevuto. Proviamo ad azzardare una analisi oggettiva e a chiederci quale è il fine ultimo della sessualità. Direi che la risposta ovvia è la procreazione e la perpetuazione della specie. Ma, direi che altrettanto ovviamente, tale perpetuazione della specie avrebbe potuto avvenire in mille modi differenti senza che il risultato finale cambiasse. Invece, ci è stato concesso di poter vivere con i nostri partner, se lo desideriamo, momenti di profonda intimità che si esplicitano non solo in un mero piacere fisico ma che raggiungono vette di comunione spirituale e affettiva così alte da porre persino in secondo piano quello che, per natura, avrebbe dovuto essere l’obiettivo primario e da rendere la sessualità un elemento di cementificazione di un rapporto di coppia.

E, ancora una volta, che accade se il sesso diventa una sorta di ossessione, se perde il suo senso primario per essere assimilato ad un triste gioco di espressione di potere, di godimento animale, di ostentazione di conquista? Accade che ciò che è potenzialmente stupendo viene svilito ma, ancor più, accade che, proprio in una ricerca spasmodica di espressione della nostra sessualità, ci rendiamo schiavi di essa, la rendiamo centro di una esistenza di cui è certamente fondamentale abbellimento ma non perno centrale.

E, dunque, ancora una volta, è la sessualità ad essere il male, il peccato, l’elemento schiavizzante? Certamente no, anzi. Piuttosto, è il nostro atteggiamento verso di essa che la trasforma in quel male, in quel peccato, in quella schiavitù che non è oggettiva ma solo soggettiva.

E si tratta solo di due semplici esempi ma, in realtà, lo stesso discorso potrebbe essere fatto per mille altre evenienze della vita.

Sono fonti di schiavitù l’amore per i membri della nostra famiglia, la volontà di arricchimento intellettuale, la volontà di aver successo in ciò che facciamo, persino il lavoro a favore della nostra comunità spirituale?

Ma naturalmente no! Lo diventano, però, nel momento in cui diventano passioni univoche, omninglobanti, capaci di escludere qualsiasi altro elemento dal nostro orizzonte cognitivo e, soprattutto, esistenziale. E, se ci fate caso, ciò avviene praticamente sempre per una scelta conscia, autoimposta, desiderata, fino al momento in cui, così come accade per qualsiasi altra “droga” formalmente definita come tale, semplicemente non possiamo più fare a meno di comportarci in un determinato modo, di dare una particolare direzione unidirezionale alla nostra vita e il risultato che ne deriva ha un nome ben preciso (anche se noi lo negheremmo fino alla morte): schiavitù e, conseguentemente, perdita della nostra libertà.

Ecco, allora che la nostra libertà diventa, in fin dei conti, una esperienza soggettiva e, come dicevo, legata alla nostra capacità di moderazione: solo nella misura in cui riusciremo ad armonizzare tutte le componenti della vita, a non sviluppare nessuna tendenza univoca che ci imbrigli e diventi una schiavitù, a mantenere sempre un margine di indipendenza morale e psicologica da qualunque passione, sia essa anche la più positiva e produttiva, solo allora potremo davvero considerarci persone libere, persone che vivono la pienezza della vita in tutte le sue sfaccettature senza incatenarsi a nessuno dei suoi molteplici aspetti fino a farne una prigione.

E, forse, solo nel vivere questa pienezza di esistenza e questa libertà di poter esprime i nostri potenziali potremo davvero essere strumenti per la costruzione di quella umanità nuova che alcuni di noi definiscono “il Regno”.

Adonai echad,

Amen

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