La fede non è una fuoriserie

Cari Amici,

Benchè io stesso parli in giro del mio percorso spirituale tutto sommato meno di quanto dovrei/potrei, ogni tanto capita, e la risposta che colleziono di più tra gli interlocutori è: il tuo è un percorso molto bello, che mi piacerebbe, ma io non ho la fede. Voi tutti mi conoscete come persona curiosa e tollerante, ma vi assicuro che di fronte a questa affermazione il mio naturale aplomb vacilla, per almeno 2 motivi:

  1. Il primo è che mediamente questa affermazione nasconde solo pigrizia e mancanza di volontà. Basta dire io non ho la fede e ci si può sentire tranquilli e legittimati nel proprio volontario ridursi a una ameba spirituale, capace magari solo di apprendere, fabbricare o diffondere fake news sui social. Ma come? Uno UU che si schiera apertamente contro la libera e legittima scelta di qualcuno? No! Ed è proprio questo il punto: una cosa è dire: io voglio essere una ameba spirituale e l’unica cosa che mi interessa nella vita è televotare il saltinbanco di turno; ben altra è dire: io mi riduco ad ameba spirituale perché il dono della fede non mi è stato concesso, che è una cosa che mi rifiuto anche solo di sentire. Io rispetto profondamente la libera scelta di coloro che prendono il proprio talento e lo gettano alle ortiche, purchè tale atto sia riconosciuto come una scelta personale volontaria di cui ci si assuma la responsabilità, senza demandarla ad altri, tantomeno al povero Principale.
  2. L’altro aspetto di un certo interesse è il fraintendimento dell’idea della fede come dono, dovuto ad anni di fraintendimento e cattiva teologia.
    1. Nell’indicarne il carattere di dono ci si riferisce alla fede come a un oggetto, a uno stabile possesso, ad un prodotto finito che passa di mano, come a una fuoriserie, che è lì, che è tua e non di altri, che serve comunque come tratto distintivo al bar con gli amici, anche se non sai guidare o ci farai con essa 1 km l’anno. Io ce l’ho. La congregazione e il ministro in questa prospettiva si sono accontentati di accreditarsi come enti certificatori, legittimando per essere legittimati. E’ questo che quanti mi rispondono hanno in mente quando mi rispondono di non averlo. Ma così non è.
    2. Nell’indicarlo come dono la nostra tradizione ci invita a non porre l’accento su un oggetto, ma sugli obblighi del ricevente. La fede, in questa prospettiva non è un oggetto ma una esperienza possibile, che si vive solo nel momento in cui si decida di muoversi e macinar chilometri col sudore della fronte. Non è una fuoriserie, ma un viaggio a piedi, esperienza degnissima, ma che implica un atto di accettazione e una disposizione a una certa fatica da parte del ricevente. Tutti possono prendervi parte, con velocità diverse, modalità diverse e financo mete diverse, condividendo parte del cammino. In questa prospettiva la congregazione è ad un tempo sia una organizzazione dal basso di viandanti, che si occupa di tutto il contorno che possa rendere piacevole, possibile e non troppo faticoso il viaggio, sia la serie di punti di ristoro in cui viandanti provenienti da più parti possano scambiarsi consigli utili ed esperienze per rendere di volta in volta le successive giornate di viaggio ancora più piacevoli.

Come vedete tra queste due prospettive c’è un cambio di prospettiva notevole da un dato a un darsi, da un fare a un farsi, da un concetto di fede come prodotto ad uno di fede come processo.

[Per processo qui intendo la definizione del vocabolario Hoepli di Successione di fasi conseguenti che producono, più o meno gradualmente, un cambiamento in un determinato ambito. Ignoro se il discorso che vado dicendo abbia anche implicazioni fox-falaschiane. Chiederemo all’interessato delucidazioni in merito]

Inserire la fede in una prospettiva processuale implica riconoscere a ciascuno la possibilità potenziale dell’esperienza, ma anche demandare alla sensibilità di ognuno la qualità, la profondità, il valore dell’esperienza stessa. Si tratta di un cambio di prospettiva direi radicale. Si passa dal pensare che la qualità dell’esperienza spirituale dipenda dalla fede come se questa fosse un tratto distintivo a priori al pari del colore degli occhi, al pensare invece che qualità della fede e profondità dell’esperienza pratica si richiamino e si rinforzino a vicenda.E da qui una possibile risposta alla domanda : perché ci sono tante teste di quiz in giro? Perché l’individuo viene giustamente messo dal Principale nella condizione di fare pieno uso della propria libertà ed egli mediamente esercita la sua libertà nella pigrizia, nell’immobilismo e nella miopia spirituale. Ed è qui che abbiamo un altro punto importante su cui chiudo: per sapere a che punto si è in questo viaggio, in questo processo di affinamento continuo della fede attraverso l’esperienza spirituale ottimale e viceversa, bisogna inserire nella propria pratica quotidiana un momento di (meta)-valutazione della pratica stessa, che permetta a ciascuno di chiedersi cose tipo: quanto sento ciò che sto facendo? Quanto sento che mi faccia avanzare nel mio viaggio? In cosa posso migliorare? Conviene che cambi contesto? Momento della giornata? Tipo di letture o tipo di pratiche? Il grosso limite delle religioni e filosofie tradizionali (Cristianesimo, Buddismo, Islam, Ebraismo…) è il pensare che a queste domande ci sia una risposta unica e che loro e solo loro rappresentino la soluzione. Il grosso pregio dello UUismo invece è l’aver compreso che, essendo noi ciascuno un pezzo unico e irripetibile, per arrivare alla stessa meta avremo bisogno di strade e tempi diversi. Ma non è solo questo: c’è anche l’idea che nella vita di uno stesso singolo individuo per ottenere costante una esperienza qualitativamente significativa sia necessario correggere spesso la rotta con dei piccoli colpi di timone che tengano la barca spirituale del singolo orientata verso l’esperienza spirituale ottimale. Senza la consuetudine a questa meta riflessione sulla pratica è alto il rischio di procedere un po’ a caso, e quello che potrebbe essere il pregio dello UUismo rischia di esserne anche il più grande difetto. Il ruolo del ministro in tutto questo non è dire cosa fare, nè dire fate come me, ma aiutare il singolo ad orientarsi nel mare delle possibilità e a definire i criteri per valutare la qualità della pratica

Allora facciamolo quest’uomo, capace di non dire castronerie, ma di assumere su di sè la responsabilità delle proprie scelte

Nasè Adam

Amen

Rob





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