Christos anesti?

Cari fratelli,

se ripenso alla mia infanzia, mi rendo conto che la Pasqua è sempre stata un ricorrenza che ho celebrato con grande gioia:, nonostante la mestizia (in realtà un po’ di maniera per un bambino di una decina d’anni) del Venerdì Santo e della celebrazione di un evento ben poco comprensibile dall’ottica umana, cioè, come direbbe Guccini, che “Dio è morto”. Ma, insomma, in fin dei conti l’essere in vacanza, l’arrivo delle prime giornate di primavera, il grande pranzo di famiglia, la “colomba” e le uova di cioccolata rendevano, in qualche modo, più reale e vissuta in profondità la ricorrenza del “Christos anesti”, no?

Crescendo, la mia scuola cattolica, con la sua cappella piena di fiori, le messe per le classi che ci facevano saltare le interrogazioni e i professori più rilassati pensando alla settimana di riposo, hanno fatto il resto, nonostante l’emergere dei dubbi adolescenziali, nello sviluppo di un vissuto pasquale allegro e piacevole.

Poi, il tempo è passato e la Pasqua ha assunto un ruolo un po’ meno festoso ma certamente più profondo e impegnativo, almeno fino a quando, prima come laico e poi come ministro, ho continuato a credere nella “resurrezione divina”.

Alla fine, però, qualcosa è cambiato, quando quella certezza mi ha abbandonato.

Non credo sia più di tanto il caso di parlare di me e della mia esperienza e, dunque, preferisco raccontarvi un aneddoto di cui mi hanno narrato quando ero in seminario.

Dunque, c’era una coppia ebrea che, amando i sermoni liberal di un pastore battista, ogni tanto frequentava la parrocchia vicina al suo quartiere. Loro figlia aveva circa 5 anni e ascoltava attentamente sia le letture che i sermoni e, un paio di settimane dopo Pasqua, in visita con la famiglia al cimitero dove riposavano i suoi nonni, chiese: “ma se spostiamo la pietra, poi i nonni risorgono?”. Ovviamente, la coppia smise di partecipare alle funzioni battiste.

Comprensibile, no? Perché, vedete, Il fatto è che quando non credi nella risurrezione, celebrare la Pasqua può sembrare un po’ imbarazzante e, in fin dei conti, spesso noi U*U non sappiamo davvero cosa fare con questa festività: certamente sentiamo l’obbligo di riconoscerne l’importanza perché fa parte del nostro patrimonio culturale e spirituale ma, altrettanto certamente, non ci sentiamo a nostro agio nel proclamare la risurrezione di un uomo come noi, chiamato Gesù, per molti Maestro di vita ma sicuramente non Dio.

Allora, in molti casi, preferiamo celebrare, invece, la metafora della risurrezione attraverso quella rinascita della primavera che ha stretti legami con le celebrazioni pagane di nuova vita e fertilità legate all’equinozio.

Ma, mi chiedo, non è questo solo un modo per evitare gentilmente l’argomento della credenza cristiana della risurrezione.

E dunque? Cosa ci facciamo con questa Pasqua? Come possiamo proclamare la resurrezione nel momento in cui la maggior parte di noi potrebbe ritenerla un evento nella migliore delle ipotesi improbabile?

Saulo di Tarso, che diffuse il messaggio del Cristianesimo nel primo secolo dell’era volgare, molto probabilmente distorcendolo fortemente rispetto al suo impianto originario, dichiarò che se la resurrezione non fosse avvenuta, tutta la fede cristiana sarebbe stata follia.

D’altro canto, nella sua lettera ai Corinzi, lo stesso Saulo afferma: “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini” (1 Corinzi 15:19) e, in tutta onestà, sono piuttosto certo di conoscere molti U*U che direbbero che questo è probabilmente la prima cosa che Saulo abbia mai detto su cui possono pienamente essere d’accordo.

Dunque, se Saulo ha ragione, noi Unitariani Universalisti non abbiamo nessun motivo di celebrare la Pasqua come festa della speranza nel momento in cui la nostra fede si basa proprio su questa vita, che, teoricamente, secondo questo “marketing manager” particolarmente creativo di 2000 anni fa, ci dovrebbe rendere dei miseri derelitti.

Anche lasciando da parte qualsiasi commento sulla tristezza intollerabile della visione della vita espressa in questa idea (e, d’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da un transfuga fariseo misogeno e pieno di ansie di martirio?), il punto è che, per come la vedo io, in questo come in molte altre cose Saulo ha semplicemente affermato una idiozia.

Sebastiano Castellione, dopo il martirio di Michele Serveto, bruciato sul rogo nel 1553, dichiarò che “uccidere un uomo non significa proteggere una dottrina; non è altro che uccidere un uomo.” e, in fondo, lo stesso si può dire di Rabbi Yeshua, che molti chiamano il Cristo.

Ma, allora, quello che possiamo domandarci è: “quale dottrina o concezione si cercò di negare negando la realtà della sua morte definitiva, della morte di un uomo che muore come tutti gli altri uomini?“

Le risposte sono, in fondo, molteplici:

1) la concezione sociale che dichiara che la giustizia esiste solo per chi è al potere;

2) la concezione che dichiara che non si può vivere cercando il bene;

3) la concezione che considera che la sopravvivenza sia possibile solo piegandosi ai governanti;

4) la concezione che ti ordina di impadronirti di tutto ciò che puoi, ogni volta che puoi;

5) la concezione che consiglia di non fidarsi di nessuno …

e molte altre ancora.

E, se ci pensiamo, in fondo in fondo, per quanto possa essere difficile da parte di uno come me, che considera Saulo mille volte più traditore di Giuda, ammetterlo, questo giochino psicologico di affermazione di una verità attraverso la negazione di un fallimento è stata geniale e, soprattutto, ha avuto il successo sperato.

La sediziosa dottrina dell’amare il prossimo come te stesso e di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te è un lievito che non solo ha continuato a crescere dopo la fine della vita di Gesù, ma si è moltiplicato e si è espanso attraverso la civiltà occidentale. Nonostante le orribili tragedie che hanno avuto luogo nel nome della chiesa cristiana attraverso la sua storia di 2000 anni, quelle tragedie che, per quanto in forme diverse, continuano a verificarsi anche ai giorni nostri, questi due pensieri hanno rivoluzionato il mondo.

Perché, fratelli, comunque la si pensi, qualunque sia la propria spiritualità, persino qualsiasi visione si possa avere di un uomo come Saulo, nessuno di noi credo possa negare che ci siano davvero tante cose che la chiesa cristiana ha permesso che si realizzassero nel suo nome: ovviamente azioni più rappresentative del male che della pietà si sono verificate in ogni epoca ma l’idea rivoluzionaria che l’umanità possa migliorare e creare un mondo più giusto continua a vivere duemila anni dopo la crocefissione di un Maestro, certamente un grande Maestro, come Rabbi Yeshua.

Allora, ecco la risposta che cercavamo: noi, U*U, nel nostro assoluto monoteismo, nella nostra assoluta razionalità che nega che un uomo possa tornare dalla morte, nella nostra assoluta apertura a qualunque percorso che indirizzi verso la Trascendenza, possiamo e dobbiamo celebrare la Pasqua non perché crediamo nella resurrezione di Gesù ma perché ogni giorno, nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano, vogliamo e cerchiamo di aderire agli ideali del messaggio d’amore di Gesù per l’altro, per il prossimo.

Ricordo una litania sentita in una chiesa anglicana scozzese qualche anno fa, la cui potenza si è tatuata nella mia anima. Adattando il Vangelo di Matteo, recitava: “Perché avevo fame e non mi hai dato da mangiare, avevo sete e non mi hai dato da bere, ero estraneo e non mi hai invitato, avevo bisogno di vestiti e non mi hai vestito, ero malato e in prigione e non ti sei preso cura di me, per questo mi hai inchiodato a una croce.”

Credo che non ci sia bisogno di grandi commenti.

Noi U*U formiamo qui una piccola comunità che, pure, cerca di fare del suo meglio ma se ampliamo la nostra visione a comprendere un panorama più ampio, credo che non potremo mai negare, così come nessuno può farlo, che l’Unitarianesimo Universalista ovunque cerca di portare giustizia nel mondo.

Cerchiamo non solo di nutrire gli affamati, ma di capire come prevenire la fame e la carestia. Cerchiamo non solo di dare acqua agli assetati ma anche di trovare nuovi modi e risorse per rendere disponibile l’acqua per tutti.

Cerchiamo non solo di offrire un rifugio ai senzatetto, ma di trovare modi per prevenire l’esistenza di senzatetto lottando per una più equa distribuzione delle risorse.

Cerchiamo di trovare modi per ridurre il razzismo e l’oppressione che si traducono in ingiustizie in troppi sistemi politici e giudiziari, ieri come oggi.

Inchiodare Gesù (o Yeshua, o Issa, o come preferiamo chiamarlo) e ogni altro uomo come lui a una croce nasce dal rifiuto di amare, di agire, di aiutare.

Solo la più profonda disperazione può portare ad affermare che non ci sia nulla che possiamo fare in questa vita e lasciatemi dire che non credo che esista malattia, stupidità e peccato più grande al mondo della disperazione, della negazione della speranza.

Perché nella disperazione, nella convinzione che nulla possiamo fare per cercare di vivere e proclamare gli insegnamenti d’amore di un oscuro rabbino anarchico ed eretico di 2000 anni fa, ciò che finiamo per fare è inchiodare per prima la nostra vita ad una croce, ad una croce di disperazione, ad una croce di impotenza, ad una croce di resa alle ingiustizie di questo mondo, magari anche nella speranza di un ipotetico paradiso eterno che, nella nostra sete di giustizia qui e ora, è comunque troppo poco, è troppo tardi.

Che crediamo o meno nella risurrezione di Gesù, allora, possiamo persino più di tanti altri, celebrare la Pasqua con gioia perché gli ideali che Gesù ha insegnato continuano a vivere nelle nostre comunità.

Vengono resuscitati ogni volta che cerchiamo di liberare i poveri e i calpestati, ogni volta che cerchiamo di creare un ambiente sicuro per tutti i nostri figli e fratelli, ogni volta che lottiamo nella certezza che tutti abbiano valore e dignità innata, ogni volta che cerchiamo di trovare un modo per fornire pari opportunità a tutti e proclamiamo che tutto l’oro del mondo non vale una sola goccia di sangue umano, una sola vita sprecata, rubata, umiliata, derisa o sfruttata.

La vera, sola, enorme resurrezione è la nostra testimonianza continua, inestinguibile che l’amore è più forte dell’avidità, che l’amore è più forte del razzismo, che l’amore è più forte di qualsiasi “ismo” che sta risorgendo in troppi paesi, compreso il nostro e noi stessi risorgiamo quando crediamo che libertà, democrazia, fratellanza, accettazione, impegno non siano solo vuote parole ma comandi divini per noi e per tutti.

Questo per me è il significato della Pasqua, questa è la ragione per cui prego che tutti noi, oggi e ogni altro giorno, possiamo guardarci allo specchio e mormorare con gioia “Christos anesti, alleluia!”

Adonai echad,

Amen

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