Namastè

Cari fratelli,

ormai molto tempo fa mi è stato insegnato a non mescolare mai spiritualità e politica all’interno di un sermone. Sono d’accordo e sono convinto che se questa indicazione ha una validità assoluta sia dal punto di vista psicologico che da quello teologico (e, persino, dal punto di vista della filologia evangelica, se così vogliamo interpretare il famoso “Date a Cesare quello che è di Cesare …”), tanto più questa validità assume senso compiuto nel quadro di una religiosità liberale come la nostra che non può in nessun modo sopportare alcuna commistione tra sfera pubblica, appunto politica, e sfera privata, quella all’interno della quale si dipana il nostro cammino spirituale.

Ciò premesso e dimenticando le mie note (e forse notorie) simpatie per la teologia della liberazione, vorrei, conseguentemente, pregarvi di interpretare con attenzione quello che sto per dirvi e che riguarda alcune preoccupazioni che ho sviluppato negli ultimi giorni della campagna elettorale.

Per cercare di rimanere fedele al mio assunto di non sfiorare minimamente il campo puramente politico e ideologico, mi limiterò a un dato piuttosto oggettivo: nei molti anni in cui ho seguito la politica italiana, per qualche tempo anche partecipandovi attivamente, non mi è mai capitato di vedere un livello di scontro così virulento come nella breve campagna elettorale precedente il voto del 4 marzo, soprattutto se dal piano di una casta politica ormai pressoché totalmente distaccata dal sentire popolare scendiamo a quello della cosiddetta “gente comune”, dei cortei, dei comizi, delle manifestazioni troppo spesso sfociate in violenze e lotta fisica, che rimandano ai peggiori scenari di fine anni ‘70.

Il momento è epocale”, mi sono sentito dire, quasi che ogni altra elezione qua, fosse anche quella per i consiglieri di zona di quartieri periferici, non sia stata vissuta, a memoria d’uomo, come una svolta decisiva, un punto di non ritorno sociale, una questione di vita o di morte, nonostante le continue esperienze di “eterno ritorno dell’uguale” che la nostra politica ci ha sempre offerto. A fare da controcanto, poi, c’è la continua riaffermazione sul fatto che queste elezioni fossero “le prime libere da ogni pregiudiziale ideologica”, come se nessuno si fosse mai accorto che le ideologie, se non sono già morte, sono quantomeno moribonde ormai da decenni. Oppure, l’altra affermazione “storica” in cui mi è capitato d’imbattermi è stata una discutibile “Ecco, vedi, ora stanno tornando i temi rivoluzionari” che, a parte presupporre contenuti politici ben meno annacquati di quelli offerti dall’ultima campagna, presupporrebbe una carica di rivoluzionarietà anche giovanile che mi pare sia quanto di più lontano dalla quiescenza persino un po’ “complice” che caratterizza quasi tutti i moltissimi giovani che per lavoro ho la fortuna (o sfortuna) di incontrare quotidianamente.

Insomma, francamente non riesco proprio a credere che “circostanze eccezionali” siano alla radice di un così elevato grado di scontro come quello appena riscontrato. Temo, piuttosto, che esso sia frutto molto più banale di una dimensione quotidiana in cui la chiusura in ambiti sempre più ristretti, la contrapposizione di idee che viene vissuta a livelli di “lesa maiestate” della dignità personale, la violenza nei rapporti interpersonali vista come difesa del proprio ambito protetto sono divenuti pane quotidiano. In definitiva, senza andare ad analizzare le cause sociologiche, psicologiche ed economiche di questo picco di chiusura verso ogni forma di alterità, mi viene da dire che una campagna elettorale particolarmente violenta non sia altro che il rispecchiamento di una società in cui, a tutti i livelli, la violenza nelle relazioni sta aumentando esponenzialmente e non aspetta altro che trovare qualche occasione propizia per manifestarsi.

Detto questo, potreste chiedervi come tale violenza, sia essa espressione di paura, disagio economico, solipsismo egocentrico o comunicazione interpersonale sempre più appiattita su un livello zero abbia a che fare con noi e con la nostra spiritualità.

La risposta è addirittura lapalissiana: questa realtà rappresenta l’esatto opposto di quella società che, sulla base della nostra fede, ci ostiniamo a sperare come possibile, l’esatto opposto di quella necessità di essere ponti (e, forse, ancora di più, acrobati sul filo di quella tela di ragno che dovrebbe dar forma alle nostre relazioni sociali) di cui abbiamo parlato la settimana scorsa.

Ebbene? Che dobbiamo fare nel momento in cui ci accorgiamo che il nostro mondo sta andando in direzione diametralmente opposta a quella che auspichiamo?

Probabilmente ognuno di noi ha la sua risposta e, altrettanto probabilmente, tutte possono essere ugualmente valide.

La mia personale risposta, forse frutto del recente contatto con le culture orientali, è data da una sola parola in sanscrito: “namasté”.

Cosa significa?

Per capirlo, rivolgiamoci allo strumento di conoscenza più abusato della nostra epoca: Wikipedia.

Ebbene, Wikipedia, alla definizione di “Namasté” recita:

La parola namasté letteralmente significa “mi inchino a te”, e deriva dal sanscritonamas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità sia di chi porge il saluto che di chi lo riceve

Ok, mi rendo conto che il tutto necessiti di qualche spiegazione.

Il punto è, fratelli, che sono convinto che gran parte della violenza che sta caratterizzando sempre più, in forma verbale o fisica, la nostra società, nasca dalla nostra progressiva incapacità di ascolto, una incapacità di ascolto che ha molti padri: una società competitiva che ci sta allenando fin da piccoli a reazioni immediate, a pensare fin troppo velocemente, a concentrarci sui nostri obiettivi personali, una società multimediale in cui “dire la propria” ha ben più importanza che ascoltare le ragioni altrui, una società assertiva in cui non solo, come affermava Andy Warhol, “ciascuno avrà i suoi 15 minuti di notorietà”, ma in cui tutti esigono quei 15 minuti ogni giorno, una società autocentrata in cui ascoltare il suono della propria voce è diventato un piacere autogratificante a cui non sappiamo rinunciare e, soprattutto, una società che ha creato troppe paure, davanti alle quali l’arma migliore sembra la spavalderia del “la migliore difesa è l’attacco”.

Ecco, allora, che il vero atto rivoluzionario, il vero sistema di superamento di un enorme ostacolo spirituale, la vera differenza che ci può fare co-operatori della speranza, è dato, prima di tutto, dal reimparare il silenzio, dal creare il silenzio dentro di noi, dentro tutti noi, da parte di chi ha sempre qualcosa da dire a tutto e tutti, da parte di chi ha sempre la risposta per ogni domanda, da parte anche di noi pastori che troppo spesso, quasi per “deformazione professionale”, “abbiamo già capito tutto” dopo aver ascoltato cinque parole e anche quando, magari, non abbiamo capito nulla o quasi.

Il silenzio … quel silenzio che non è vuoto, quel silenzio che non è assenza, quel silenzio che, al contrario, è meditazione, è attenzione profonda, è disposizione alle ricezione, all’ascolto, alla presenza non ingombrante e assertiva.

E dal silenzio, il facile passo successivo diventa proprio l’ascolto: non l’ascolto di chi sta già pensando alla risposta da dare, non l’ascolto di chi pensa ad altro e neppure l’ascolto di chi valuta un giudizio imminente ma quell’ascolto che è sospensione del giudizio, è tentativo di comprensione e immedesimazione nell’altro, che è un passo indietro dalla nostra frenetica attività per assumere una passività ricettiva che, in fondo, in molte occasioni è la forma più alta di attività e in tutte le occasioni è il modo per capire davvero e profondamente ciò che l’altro, quello che chiamiamo nostro prossimo, pensa, ci chiede, crede.

Il che non significa diventare “tabula rasa”, perdere la propria capacità di giudizio o di azione o, persino, diventare quiescenti e conniventi davanti al male ma, piuttosto, significa poter valutare più in profondità e con una migliore capacità di giudizio, agire in modo più mirato, conscio e intelligente, saper davvero opporre al male la resilienza di un bene interiorizzato in profondità, fatto nostro a ragion veduta.

Soprattutto, silenzio e ascolto significano la capacità di riconoscere il Divino trascendente che traspare da ciascuno di noi, da chiunque ci circonda, riconoscere il volto del Sacro nel volto di ogni uomo nel momento in cui ci prendiamo il tempo di leggere tale Sacro nel nostro prossimo, di capire i percorsi che quella Sacralità sceglie in cammini diversi dai nostri.

Ed ecco, allora, che nel silenzio e nell’ascolto assume davvero senso il nostro “Namasté”: quella parte di Divino che è in me riconosce quella parte di Divino in te. E quale è il risultato di tale riconoscimento se non il cercare di prendersi il tempo di comprendere l’altro prima di giudicarlo e poi, anche in caso di un giudizio negativo, per altro assolutamente naturale tra esseri umani, far sì che tale giudizio diventi il giudizio di un fratello che la pensa diversamente, che è pronto a discutere le proprie come le altrui posizioni, che si mette in gioco in un rapporto con l’altro che sia vero, reale, profondo e mai il giudizio di un nemico il cui solo scopo sia annientare l’altro diverso da lui.

Posso intuire cosa potreste obiettare: che un tale modo di porci ci può rendere i classici vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro di manzoniana memoria. Forse sì, sebbene personalmente ritenga che chi si isola nel solipsismo autocratico della propria indiscussa e indiscutibile decisionalità sia il vero vaso di coccio. Ma diciamo pure che, socialmente, questo atteggiamento ci renda vasi di coccio. Ok, e allora? Dov’è la nostra fede se temiamo di agire per essere sempre e comunque quei ponti che continuamente affermiamo di voler essere? Dov’è il nostro impegno nella ricerca del Trascendente nel volto dell’altro se non siamo disposti ad assumere alcun rischio? Sono solo parole al vento?

O, forse, potreste dirmi che non serve a nulla, che un manipolo di persone che ragionano in questo modo non cambierà certo una società intera? Forse, anzi, certamente è così. Ma, forse, anche un piccolo esempio può essere utile a uno su mille e, in questo caso, il nostro modo di essere sarà stato utile, anzi, essenziale per quella persona e questo già sarà sufficiente a giustificare qualunque sforzo. E, in ogni caso, quel “namasté” che dobbiamo pronunciare dentro noi stessi ad ogni incontro, che dobbiamo divenire con tutto il nostro essere ad ogni incontro, sarà fondamentale per noi stessi, sarà ciò che ci farà sentire realmente cooperatori nella costruzione del Regno, sarà quel piccolo tassello quotidiano del nostro costruire il paradiso in terra, qui e ora.

Dunque, fratelli, questa sera permettetemi di concludere questo breve discorso non con una preghiera, né con una esortazione ma con una semplice parola, rivolta a tutti voi e rivolta a chiunque si accosti alla mia vita, una parola che vi auguro di fare vostra e di rendere alla base di ogni vostra relazione: “namastè”.

Adonai Echad,

Amen

Please follow and like us: