IL PONTE DELLA FEDE APERTA (Sermone del 4 marzo 2018)

LETTURE

Dalla Bibbia

1 Poi Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Di nuovo si radunarono presso di lui delle folle; e di nuovo egli insegnava loro come era solito fare. (Marco 10)

1 Dopo la morte di Mosè, servo del SIGNORE, il SIGNORE parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: 2 «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d’Israele. (Giosuè 1)

 

Dalle tradizioni orientali

Mentre guardo la luna tramontare, un corvo tace attraverso il gelo;
sotto l’ombra degli aceri un pescatore si muove con la sua torcia;
e ho sentito, da oltre Su-chou, dal tempio della Fredda Montagna,
suonando per me, qui nella mia barca, la campana di mezzanotte.

(“Ormeggio notturno presso il Ponte degli Aceri”, Zhang Ji)

Salite al Ponte della Gazza,
scendete dal Ponte della Gazza.
In Cielo risponde alle stelle,
sulla Terra risponde alle maree.

(“Ascesa al Ponte della Gazza”, mito cinese)

 

Dalla tradizione UU

Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. (dalla liturgia della CUI)
“La vita tutta è attraversata dall’urgenza di unità, di completezza, di integrazione, di mettere insieme i pezzi sparsi dell’esistenza”, contro “chi crea o perpetua le tragiche divisioni della vita” (Gordon Mc Keeman)

Mi chiedi come pregare qualcuno che non c’è.
Tutto quello che so è che la preghiera costruisce un ponte di velluto
e camminando siamo lasciati in alto, come su un trampolino di lancio
sopra i paesaggi il colore dell’oro maturo
trasformato da un magico arresto del sole.
Quel ponte di velluto porta alla riva inversa,
dove tutto è esattamente l’opposto e la parola è
e svela un significato che difficilmente abbiamo immaginato.
Avviso: io dico noi: lì, ognuno, separatamente,
prova compassione per gli altri impigliati nella carne
e sa che se non ci sono altre sponde
cammineremo comunque per quel ponte nell’aria.
(da Czeslaw Milosz, citata nel sermone “Unitarian Universalist Prayer: A Velvet Bridge” del Reverendo Kent Hemmen Saleska)

IL PONTE DELLA FEDE APERTA

I ponti non rappresentano i luoghi ideali per vivere: la vertigine dell’essere sospesi, il transito da una parte e l’altra del fiume, l’umidità che sale dalle acque e penetra i muri e le ossa. Sì, alcuni tra i più sfortunati finiscono per abitarci sotto, nello spazio che intercorre tra la volta ed il fiume, ma se chiedete loro se è lì che vogliono vivere difficilmente ne otterrete un sì. Così è anche per la ricerca spirituale: possiamo creare ponti arditi tra tradizioni lontane, muoverci dall’una all’altra, ma ogni ricerca alla fine rifugge la precarietà del ponte per la certezza rassicurante di qualche riva. Eppure quale perdita avrebbero i nostri occhi se rinunciassimo non solo a valicare quei ponti per incontrare l’altra riva, ma anche a sostarvi sopra e a capire quale prospettiva diversa offre questo starsene sospesi nel mezzo.

Volendo cominciare ad approfondire questo discorso, confrontandomi anche con la Bibbia, ho scoperto, però, che la parola “ponte” non è mai riportata nel libro sacro della tradizione giudeo-cristiana e che, anzi, nella cultura ebraica il ponte ha un’accezione fortemente negativa. Certamente questo è dovuto alla scarsità dei fiumi interni alla Palestina e alla loro collocazione presso i confini. I ponti rappresentano, così, un luogo pericoloso, che connette direttamente ad un territorio ostile e straniero, nonché un simbolo della dominazione romana (erano loro a costruire i ponti). Ma è spesso presente un’immagine che possiamo considerare in qualche modo analoga a quella del ponte ed è quella dell’ “attraversamento”.

Ho scelto due passaggi, che parlano entrambi dell’attraversamento del Giordano. Nel passaggio da Marco, Gesù attraversa il fiume per incontrare le folle al di là del Giordano, quindi “fuori” dalla Palestina. Alcuni commentatori ne parlano addirittura come di pagani. Questa immagine rappresenta una prima dimensione dell’attraversamento o, se volete, del ponte: quella dell’incontro con l’altro, che ci attende al di là dalla nostra riva. Nel passaggio da Giosuè, il Giordano è, invece, attraversato per raggiungere la Palestina, per arrivare finalmente nella terra promessa ad Israele dal suo Signore. Questa immagine rappresenta un ponte, un attraversamento diverso, più strettamente collegato alla vita spirituale: quel ponte che ci conduce ad incontrare il sostegno del Sacro, la forza e la grazia della sua presenza.

Queste due immagini delineano le coordinate del nostro discorso, l’incontro con l’Altro e l’incontro con il Sacro. Eppure ad esse manca qualcosa. Manca quel senso di sospensione cui accennavamo sopra. Perché il fiume si può attraversare, a nuoto o in barca, ma solo sul ponte si può sostare. L’attraversamento ci parla delle due rive e della fatica del passare dall’una all’altra, il ponte ci racconta anche lo stare nel mezzo. Come UU è una condizione che conosciamo, tanto da essere oggetto anche di qualche barzelletta (sapete quella dello UU che dovrebbe attraversare la strada, ma si ferma in mezzo per non offendere nessuno dei due lati?). Ma non sempre ne comprendiamo appieno il significato religioso.

Me ne sono reso conto proprio passeggiando sui “ponti” tra le tradizioni religiose che il corso di Teologia delle Religioni che sto frequentando mi costringe ad attraversare. Negli ultimi giorni, infatti, alcune letture mi hanno offerto due spunti diversi. Entrambe questi spunti nascono dalla “provocazione” che rappresenta la teologia dogmatica (in particolare quella evangelica barthiana) per noi credenti liberali. Tale teologia ci pone di fronte, infatti, due aspetti che come credenti liberali tendiamo a trascurare: la realtà radicale del male e l’esigenza di “lasciare che Dio sia Dio” (per usare le parole di Barth). Con la loro interpretazione del “sola grazia” e “sola fede” gli evangelici sembrano ricordarci le insufficienze che ha in sé questo mondo, insufficienze che la filosofia chiama male, finitezza, limitazione radicale, illusione, angoscia, e che trovano un nome in ogni tradizione religiosa: peccato originale, sofferenza, ignoranza, dimenticanza o squilibrio. E noi UU? Come sapete, rifuggiamo la dottrina del peccato originale, ma per questo semplicemente ignoriamo le limitazioni del mondo, riponendo una fiducia cieca nelle “magnifiche sorti progressive” o abbiamo anche noi un “nome” per comprendere questi limiti?

E se questo limite è così profondo, radicato nei processi stessi dell’Universo, gli evangelici ci ricordano come affidarsi alle nostre opere di creature limitate, immerse in questi processi, dipendenti da essi, non può bastare ed anzi esse possono essere da ostacolo nel momento in cui attraverso di esse ci costruiamo idoli, piuttosto che fare spazio alla grazia divina. E noi UU? Come sapete, per noi tanto i processi del mondo quanto gli animi umani hanno in sé non solo la catena corta dei propri limiti, ma anche il respiro ampio delle loro potenzialità, che siamo chiamati a tradurre in realtà attraverso le opere del nostro impegno diretto e responsabile. Ma, se così è, non rischiamo di riempire lo spazio tra noi e la speranza di aspettative umane, in cui non c’è più spazio per la sorpresa, per la fiducia nella vita che ci sostiene, per la meraviglia di fronte al sublime di ciò che è più grande di noi o, per dirla in termini cristiani, per la “grazia divina”?

Sono domande che apparentemente non hanno nulla a che fare con la metafora da cui siamo partiti, quella del ponte. Ed anzi proprio dalla risposta a queste domande il cristianesimo evangelico trae lo spunto per una proposta fortemente identitaria, dove solo in Gesù si ritrova l’evento che libera il mondo dal germe originario del peccato e l’annuncio che afferma la grazia divina nella sua natura gratuita. Una geografia spirituale che rinviene ciò di cui ha bisogno dal proprio lato del fiume, senza sentire bisogno alcuno di creare ponti con qualsiasi altra sponde ed, anzi, vedendo in essi una minaccia. La realtà dei ponti è, però, che l’incontro con l’altra riva ci interroga su ciò che siamo, ma è partendo dal nostro lato che dobbiamo cercare le nostre risposte. La nostra paura di appiattirci sulle risposte degli evangelici, ci porta spesso a negare la valenza degli interrogativi di cui sopra. In quel momento siamo noi a negare l’importanza di quel ponte. Ma non dobbiamo temere di porci domande sul male radicale o sulla grazia divina, perché è dal nostro lato che dobbiamo e possiamo cominciare a cercare delle risposte.

E le nostre risposte UU, guarda caso, sembrano costantemente rimandare alla metafora del ponte. Torniamo, infatti, per un momento al problema del male radicale. Ecco, nella visione UU, come sottolinea un passo che spesso usiamo nelle liturgie, “il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore”. Noi UU rintracciamo il male del mondo, l’origine delle sue sofferenze e dei suoi limiti, nei recinti che separano le persone, le culture, gli esseri umani tra di loro, ma anche dentro se stessi. La parola “universalismo” si oppone per natura e definizione a qualsiasi parzialità o particolarismo, all’idea che possa realizzarsi un bene che meriti tal nome riservandone il beneficio ad alcuni a discapito di altri. Ma non si tratta forse di un semplice limite psicologico degli esseri umani? Possiamo parlare di un male radicale, di un limite insito nella natura dell’Universo stesso? Ebbene la divisione è un passaggio necessario del processo di differenziazione dell’Universo, il mezzo attraverso il quale si crea diversità e complessità, è lo strumento della creatività stessa e della costruzione di senso. Non possiamo eludere le differenze, né illuderci che esse non rappresentino barriere. Non si tratta di un semplice limite psicologico della persona, ma del prezzo dell’esistenza stessa, esistenza che si dispiega nelle forme di una individualità delimitata e pertanto “divisa”, per quanto in costante relazione. Ma è forse un prezzo che rende inesigibile la nostra capacità di creare relazioni, di vivere e costruire amore, di riconciliarsi con l’altro? Parafrasando Matthew Fox, dobbiamo ricordare che accanto ad ogni “peccato originale” esiste anche una “benedizione originaria”, che si realizza nella capacità della vita tutta di rispondere a quella tensione verso l’unità, che in termini religiosi chiamiamo Spirito. La “fede aperta” è in primo luogo un ponte che realizza l’incontro con l’alterità. Come UU crediamo fermamente nelle differenze, ma sappiamo vedere in esse qualcosa di più dei recinti della divisione, ovvero la sponda di un ponte che ci conduce ad un unità che non unifica, ma accoglie la diversità stessa.

Ma questo ci introduce, senza soluzione di continuità, al secondo aspetto della questione, quello dell’incontro non solo dell’Altro, ma anche del Sacro. Il mito cinese del Ponte della Gazza ce lo racconta stupendamente. In questo mito, vi è un mandriano che si innamora, ricambiato, di una giovane dea, figlia della Dea del Cielo. I due vivono assieme un’esistenza semplice, felice e profondamente umana, finché la madre della fanciulla divina la richiama al cielo ed ai suoi doveri di divinità. I due amanti sono costretti a vivere separati, relegati su stelle agli antipodi della volta celeste, ma è concesso loro di incontrarsi una volta l’anno incontrandosi sulla Via Lattea, che i cinesi chiamano il Ponte della Gazza. Questo racconto della mitologia cinese, oltre ad avere un chiaro significato cosmogonico, si ricollega a precisi significati filosofici ed alchemici. Esso rappresenta, filosoficamente, l’unità degli opposti, il maschile ed il femminile, il fuoco e l’acqua, il terrestre ed il celeste, mentre alchemicamente il Ponte della Gazza denomina il punto di unione tra Vaso della Concezione e Vaso Governatore, i due meridiani che assieme compongono l’Orbita Microcosmica, il percorso di scorrimento delle energie interiori del corpo che prepara l’adepto alla trasformazione, riproducendo nel microcosmo interiore i meccanismi stessi della creazione. Ora, in questo racconto possiamo riconoscere l’incontro della diversità nell’armonia del maschile e del femminile, ma anche quell’incontro tra umano e divino che può avvenire dentro ciascuno di noi. Richiamando il processo alchemico, in qualche modo noi abbiamo approcciato questo incontro dal lato delle “opere”, quel lato che il protestantesimo evangelico sembra tanto temere. Ma nel taoismo vi è un concetto fondamentale, che è alla base anche del lavoro interiore: il “wei wu wei”, l’agire non agendo.

Questo concetto, molto controverso ed in apparenza astruso, ci dice semplicemente che ad un certo punto di qualsiasi nostro percorso le nostre concezioni, i nostri desideri, i nostri pregiudizi, le nostre aspettative ci saranno da ostacolo a tal punto che qualsiasi azione che provenga da noi imporrà implicitamente alla vita una direzione diversa da quella a cui essa vorrebbe e dovrebbe tendere. E che, di fronte a questo empasse, dobbiamo avere fiducia nel Tao, che anima ogni cosa, abbandonare la nostra azione viziata dalla limitatezza della nostra visuale ed affidarci all’agire del Tao, lasciando che la vita sia spontaneamente ciò che deve essere. Non è il momento di approfondire il tema, che, come ben capirete, è sì affascinante, ma anche molto delicato se frainteso. Quello che voglio notare è come tutto questo somigli, in qualche modo, all’invito di Barth a compiere un passo indietro per lasciare spazio alla grazia, a fidarci dell’amorevole sostegno di Dio attraverso la fede piuttosto che sostituirci a Lui attraverso le opere.

Tuttavia Barth ci chiede di fidarci e di affidarci, ma poi ha bisogno di definire un terreno solido per rendere meno incerto questo salto nel buio, individuando in Gesù lo strumento certo della rivelazione e nel Dio “super-essente” della tradizione teista il suo contenuto inequivocabile. Barth ci invita ad “aprirci a Dio”, ma in questo approda ad una “fede chiusa”. Di tutt’altra forgia è quello stesso atto di fiducia se vissuto attraverso una fede aperta.

La fede aperta, parafrasando la poesia che abbiamo messo tra le letture, “sa che se non ci sono altre sponde cammineremo comunque per quel ponte nell’aria.” Qui sta il suo “scandalo”, ancor più provocatorio dello scandalo della croce. Abbi fede, ma non in Dio, in Zeus, nel Tao o nel Dharma. Abbi fede nella fede stessa, nell’atto di umiltà con cui proclami con Margaret Fuller “io accetto l’universo”, nell’atto di umiltà con cui lasci che la vita ti sorprenda con la sua meraviglia, nell’atto di umiltà con cui permetti all’altro di venirti incontro con il suo vero volto, nell’atto di umiltà con cui permetti all’esperienza di minare le tue certezze e scompaginare le tue rappresentazioni, nell’atto di umiltà con cui permetti alla possibilità di ciò che non c’è ancora di guidare il tuo impegno. Con questo non intendo dire che l’esistenza di Dio o del Tao o di qualsivoglia correlativo della nostra fede non conti. Intendo piuttosto dire che il modo con cui la peculiare esperienza universalista della fede percepisce la relazione con un tale correlativo è tale da concentrarsi sulla condizione della nostra possibilità che essa è per noi e sullo slancio verso l’unità che essa cagiona in noi. Non è che il Divino non esista, ma è che, attraverso le lenti della fede aperta, il Divino, personale o impersonale che sia, si presenta a noi come un “vuoto”, uno spazio di agibilità per la nostra libertà e di accoglienza per la nostra dignità. E allo stesso tempo si presenta come “Uno” che non è affermazione di individualità, dell’unicità dell’ “uno contro i molti”, ma piuttosto trascendimento dei “molti nell’Uno”. E’ così per il Divino impersonale delle spiritualità orientali, che si presenta a noi attraverso il “vuoto” del Tao o la “vacuità” del Dharma, ma è così anche per il Dio personale delle tradizioni monoteiste, lì dove Esso si rivela nello “svuotamento” di un Dio che rinuncia ad essere “Io” per affermarsi radicalmente nel “Tu” del volto dell’altro. La fede aperta è tale esperienza che è nelle singole credenze ed oltre le credenze. La fede UU non è, pertanto, una delle tante sponde che, poi, per le convenienze della vita pubblica, si mettono in relazione con l’altra riva. Il senso della nostra fede è probabilmente simile a quell’atmosfera sospesa presso il Ponte degli Aceri della poesia cinese, dove il paesaggio non ci descrive solo il qui o l’oltre dell’una o dell’altra sponda e il mistero non si riempie delle nostre fantasie, ma rimane tale, in tutta la sua inquietante meraviglia. La nostra ricerca parte, certo, da una sponda, quella di un’identità, una cultura, una tradizione, ma la fede UU, in quanto “fede aperta”, contempla la vita restando, nonostante l’umidità e la scomodità, in mezzo a quel ponte, contemplando le correnti dello Spirito scorrere possenti tra quelle rive che si guardano distanti.

Nella Via verso l’Uno,

Alessandro

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