LA SOVRANITA’ SPIRITUALE

Uno dei luoghi più suggestivi di Pechino è il Tempio del Cielo, non tanto per l’edificio in sé, ma per l’altare all’aperto che vi si trova davanti. Qui l’Imperatore, nel suo titolo di Figlio del Cielo, celebrava i riti a garanzia dell’armonia tra Umanità, Cielo e Terra. Le modalità di questo rito si ritrovano rispecchiate nei rituali di ordinazione delle tradizioni cinesi, ma ciò che prima era riservato al Sovrano ora vede protagonista il semplice adepto, quasi a sottolineare una “sovranità” che il carisma religioso conferisce sul mondo. Ciascuno di noi, a tratti, l’ha sperimentata, quando la chiarezza e la serenità del nostro spirito sembrano farci percepire, come un improvviso allineamento degli astri, che siamo finalmente al nostro posto nel mondo, che la complessità del reale non ci soverchia più, ma anzi ci appartiene nella sua ricchezza. Spesso non è che un attimo, poi tutto torna all’ordinarietà, perché non è che parliamo di super-poteri. E di certo questo non ci fa “signori”, “sovrani” o “capi” di alcunché di materialmente tangibile. Ma non è della stessa sovranità di un re o di un imperatore che stiamo parlando, anzi: il dominio temporale sulle realtà materiali non è affatto ciò che lo Spirito ci indica di cercare.

La “sovranità materiale” riguarda, infatti, la volontà di dominio che l’ego esercita sul mondo. La “sovranità spirituale” è, invece, quella “padronanza” che conquistiamo nel momento in cui rinunciamo a questa volontà di dominio ed, anzi, il nostro spirito acquisisce una tale indipendenza da non essere, piuttosto, dominato dal mondo stesso. Il Tao Te Ching è pieno di suggerimenti per il governo del sovrano, ma è al governo di noi stessi che essi in realtà ci invitano ed è a questo tipo di “sovranità” che allude il Lao tzu quando ci dice che “con una mente aperta, potrai essere giusto verso tutti; giusto verso tutti, ti sentirai sovrano in ogni situazione; sovrano ovunque, sarai in accordo con il Cielo”. Allo stesso concetto si riferisce il Nei Yeh quando sostiene che “la persona esemplare, afferrando saldamente la natura dell’Unità del Tutto, acquisisce padronanza di ogni cosa. Poiché ha compreso la natura dell’Unità, l’uomo di qualità utilizza le cose come strumenti, ma non è mai strumento delle cose… Egli apprende quell’Unico Verbo che conduce a questo e, seguendolo, il mondo gli si offre”. In fondo ciò a cui essi ci stanno invitando non sembra dissimile da quanto Gesù invita i suoi discepoli a fare nel Vangelo di Giovanni, ad essere cioè “nel mondo, ma non del mondo”.

Eppure i testi taoisti parlano di un effetto positivo, di un ascendente verso gli altri che questo conferirebbe, mentre Gesù rileva una reazione opposta, di odio nei confronti di chi rifiuta di sottostare alle logiche materialistiche della società che lo circonda. Odiato è quel sovrano che pretende di cambiare le persone imponendo ad esse un modo di essere, fosse anche quello a cui lo Spirito sembrerebbe indirizzare. Ogni persona toccata dallo Spirito ha a cuore il destino degli altri, soffre nel vedere la sofferenza altrui e vorrebbe prodigarsi per permettere agli altri quella stessa esperienza che tanto ha dato a lei. Ma forzare le cose al cambiamento è forse la via della sovranità materiale, che si propone o si illude di imporre la propria volontà, ma non è certo la via della sovranità spirituale, che agisce attraverso la perseveranza e la silenziosa influenza.

Cercando nella storia della nostra tradizione unitariana e universalista un concetto simile, mi sono ricordato di quella “self-reliance” di cui ci parla Emerson. Emerson ci chiede di scommettere su noi stessi, di avere fiducia nelle nostre possibilità. In virtù della verità spirituale che alberga in ciascuno di noi, è a questa che dovremmo riservare quell’autorità regolativa per la nostra vita, mentre essa è spesso soffocata dal conformismo con cui ci adeguiamo all’autorità esteriore della società. Ma cosa ci permette di capire se il sé che stiamo ascoltando non sia quell’ego che intende dominare il mondo? Giustamente Melville criticò il concetto di Emerson, comprendendone i rischi distruttivi ed autodistruttivi se questa fiducia in sé stessi viene spinta al punto del solipsismo.

Le tradizioni orientali ci dicono, infatti, che il “sé” a cui dobbiamo riferirci è qualcosa di ben diverso dal nostro ego ordinario. Il buddismo ci parla di recuperare la nostra “natura risvegliata” strappando il velo dell’ego impermanente, il taoismo ci invita a ritrovare la “persona autentica” dietro le convenzioni della società nel rapporto diretto con l’ispirazione del Tao. Questo vale a rammentare che il “sé” in cui avere fiducia è qualcosa di diverso dall’ego, ma non fuga totalmente il rischio del solipsismo, lì dove ci si concentra solo sulla ricerca di autonomia.

Lo sguardo universalista unitariano può aiutarci a definire in maniera forse più corretta la natura del “vero sé” che stiamo cercando. Affermando l’unità con la Vita e tra le vite, l’UUismo ci suggerisce che quel “vero sé” che stiamo cercando dentro di noi si trova lì dove la persona si apre alla vita, si trova nella natura dell’animo umano aperta al rischio di un incontro con l’altro, con il futuro, con il Mistero.

Che rilevanza ha questo per la nostra vita quotidiana? Spesso sperimentiamo un senso di confusione o di impotenza di fronte alla complessità del mondo e dell’esistenza. La risposta religiosa è spesso quella di “trovare rifugio” nella preghiera o nella meditazione. A me è successo l’altro giorno di provare a meditare di fronte ad un calice acceso, leggendo proprio le parole del Tao Te Ching che abbiamo citato. Ho trovato conforto rispetto ad alcune preoccupazioni di fronte alle quali percepivo un senso di impotenza, comprendendo quanta più forza vi sia nel vivere la propria via con coerenza e affidarsi ad un’influenza silenziosa, piuttosto che nel cercare inutilmente di cambiare la strada altrui. Improvvisamente quel senso di impotenza sembrava sparire.

Da UU fatichiamo a credere in un potere “a distanza” di qualsiasi pratica religiosa. Ma proprio nell’umiltà della preghiera come nella disponibilità e nell’apertura della meditazione possiamo riscoprire uno sguardo diverso, una “sovranità spirituale”, attraverso la quale cesseremo di sentirci strumenti e schiavi delle “cose del mondo,  e riscoprire, così, una nuova fiducia in noi stessi.

Purché quel “noi stessi” non si riduca alla volontà egoistica dell’io che si illude di dominare il mondo. Quell’illusione di sovranità, quello scampolo di sovranità materiale riportato al governo domestico delle nostre beghe quotidiane, lasciamolo alle ossessioni dei cercatori di certezze, come alle zuffe dei cercatori di  prestigio e di potere. A noi cercatori dello Spirito è offerto un Regno più grande, una “sovranità spirituale” che dissolve quelle beghe nel respiro più ampio di una vita autentica. E che ci ricorda che non un re o un imperatore, ma colui che affida la propria anima all’esperienza dello Spirito è il vero Figlio del Cielo.

 

Nella Via verso l’Uno,

 

Alessandro.

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